
La Gazzetta dello Sport (P.Archetti) – Almeno sulla città, anche se non sul campionato, domina la Roma, all’ottavo derby di fila in A senza macchia, con cinque vittorie (questa è la quarta consecutiva) e tre pareggi. La Lazio non lo pappa da novembre 2012; d’accordo, in mezzo c’è il trionfo nella finale di coppa Italia del 2013, però talvolta anche le statistiche parziali riflettono un crudo disagio. Che il successo distenda il ghigno romanista di Luciano Spalletti è la conclusione inoppugnabile che esce dal secondo tempo di questo scontro nervoso, mentre prima un equilibrio brutto e senza palpiti aveva fatto corrucciare allenatori e tifosi. In ogni caso il posto dietro alla Juve è confermato, alla pari del Milan che sarà il prossimo cliente per i giallorossi; però la festa finale, più effervescente rispetto anche a una vittoria sul Real Madrid, non può nascondere alcuni pensieri aggrovigliati.
I MOTIVI – Perché la Roma cambia passo solo dopo l’intervallo anche grazie a due spinte laziali, intese come errori grossolani di Wallace (dribbling poco brasiliano e palla persa per l’10) e Marchetti (tuffo ritardatissimo sul raddoppio). Si nota comunque un’altra tendenza, dopo una prima recita senza tiri in porta per quello che si presenta come il miglior attacco del torneo. E la chiave è una sistemazione diversa che Spalletti ordina dopo circa 25’ in cui al governo c’è la Lazio. Il solito discorso della difesa a «tre e mezzo» viene riproposto: quando il possesso è nei piedi altrui, Emerson si allinea con gli altri tre difensori; mentre quando deve salire, l’ultima linea giallorossa lo perde, con De Rossi regista basso piantato davanti, Peres alto a destra controfigura di Salah e Perotti che dovrebbe anche insidiare Biglia (3-1-4-2). Non ci riesce e il tecnico riporta l’ordine spedendo come finto trequartista sull’argentino Nainggolan (4-2-3-1), controbilanciato da Strootman al livello di De Rossi. La Roma così riprende strade più conosciute, la Lazio, fedele al 4-3-3, viene insabbiata in mezzo, dove in avvio ha il predominio. L’olandese e il belga firmano le reti, ma soprattutto scardinano il cuore biancoceleste (non c’è bisogno di strapparlo).
BUU E PAROLE STONATE – La Lazio non perdeva dal 20 settembre ed era la squadra con meno k.o. in campionato, soltanto due. Non si sa se questa sconfitta, che interrompe una marcia di nove gare felici, con sei vittorie e tre pari, influenzerà l’andamento della stagione, come temeva Inzaghi. Certo che nell’immediato vanno recuperate le frecce di fascia, perché Anderson e Keita mostrano nemmeno i brandelli del loro repertorio, non soltanto perché controllati bene da Emerson e Rüdiger, cui non vengono risparmiati alcuni buu, e poi arriveranno le parole sbagliate di Lulic. Senza la connessione esterna resta anche senza copertura il lavoro di Immobile, il solo del trio che riesca a segmentare talvolta la retta tirata da Manolas, il più bravo dietro. Il centravanti però quando si costruisce il tiro, lo manda in cielo, mentre il collega/concorrente Dzeko ha due opportunità più semplici, da tocco ben indirizzato ed esultanza. Invece va debole e centrale di testa. Questo duello finisce pari e senza sussulti, non la partita.
RIGORI E RISSE – Vero che la Roma ha segnato in 11 delle 15 gare di questo torneo, però il bilancio conclusivo, sette tiri totali, è il peggiore finora. Senza Salah si sente la mancanza dei veloci ribaltamenti che Peres non riesce a fornire. Nell’unica scena in cui il brasiliano fugge, si scontra con Biglia sulla soglia dell’area e non dovrebbe esserci fallo, che invece viene fischiato prima come rigore, poi come punizione da fuori. Chiamata difficile per l’arbitro di porta Calvarese. Banti dopo aver cambiato idea si fida. Decide invece lui nella gazzarra seguita all’10. Strootman spruzza acqua addosso a Cataldi, che lo prende per la maglia: rosso per il panchinaro laziale, giallo per il marcatore romanista. Non proprio coerenza da parte dell’arbitro. Un derby è spesso uno strato di paure che le soddisfazioni non riescono del tutto a coprire: anche se lo vinci, cominci a pensare a un’eventuale sconfitta, perché ci sarà sempre il prossimo. Ma la Roma continua a ripetersi felice, mentre la Lazio invece lo patisce.