
Il Corriere Dello Sport (R.Maida) – Pantaloncini corti, occhiali da vista e il compagno di gita più logico: Emerson Palmieri, connazionale in una Roma che sta rinnovando il suo parco brasiliani. «Ma io sono più italiano che brasiliano, ormai» scherza Leandro Castan, che ha trascorso le ore libere concesse da Spalletti al Dubai Mall, uno dei centri commerciali più visitati del mondo. Castan oggi giocherà l‘amichevole contro l’AlAhly sapendo che può essere l’ultima volta con la maglia della Roma. Suo malgrado, senza colpe, ha dovuto accettare di non essere più indispensabile per la squadra che aveva scelto quattro anni fa, quando Sabatini lo definì un «difensore dominante».
CONDIZIONI – C’è un’atmosfera rilassata, vacanziera, nella spedizione della Roma. Ma per Castan anche questo piccolo tour negli Emirati Arabi può avere risvolti importanti sul futuro. «Non lo so cosa succederà, vediamo – spiega – io spero di restare…». Lo dice con un’aria orgogliosa, per niente dimessa, perché è convinto che il peggio sia passato: «Sì, adesso sto bene, molto bene. Mi mancano solo le partite». E non è poco per un calciatore professionista che ha giocato la prima di Spalletti, contro il Verona, e poi si è responsabilmente chiamato fuori, rendendosi conto che non poteva reggere ancora il passo con i ritmi della Serie A.
CRESCITA – Ma il lavoro e l’abnegazione pagano. E prima o poi chiunque ha il diritto di riscuotere il credito con la sorte. Castan non ha mai smesso di desiderare quello che ha perso, la sensazione di leggerezza e la sicurezza di giocare. «Altrimenti non mi sarei operato alla testa, con tutti i rischi che quell’intervento comportava» raccontava nei mesi scorsi, rivivendo l’incubo di quella brutta parola chiamata cavernoma.
TRATTATIVE – Una delle critiche che il presidente Pallotta ha rivolto a Garcia, prima di esonerarlo, era il mancato sfruttamento della risorsa Castan. Ma il fantastico girone di ritorno di Spalletti ha confermato che le esigenze impellenti della Roma gli non avrebbero concesso altre possibilità, dopo quel fallo da rigore costato due punti decisivi (a conti fatti) per il secondo posto. E allora ciò che era stato proposto a Castan a dicembre – vai a giocare in Brasile per sei mesi, così torni nuovo e immacolato – può diventare realtà adesso, con l’apertura del mercato estivo. Dalle sue parti, soprattutto al Corinthians che è la sua vecchia squadra, l’occasione di un rilancio sarebbe più comoda dopo i 380 minuti giocati in questo campionato. Quelli non possono bastare più neppure a lui, nonostante l’eccezionale rapporto d’affetto che lo lega alla Roma e ai tifosi romanisti.
AVVENTURA – All’inizio della scorsa stagione, nel ritiro di Pinzolo, Castan aveva supplicato: «Non trattatemi più come un malato. Criticatemi e giudicatemi come se fossi un giocatore normale. Perché io sono tornato e voglio dare il massimo per la Roma». Il massimo, inteso come impegno e partecipazione, rischia di non essere sufficiente in un mondo che corre a mille all’ora, come le macchinone che sfrecciano sulle autostrade cittadine di Dubai. Ma se davvero è finita questa storia, a Trigoria rimarrà l’eredità di una lezione di vita: il Guerriero, come lo chiamano tutti, ha lottato per riprendersi il calcio e nel momento in cui ha capito di dover sospendere la corsa ha lasciato spazio a chi meritava di più. La malattia se ne è andata, la classe no.