Viaggiando nella Hall Of Fame: Francesco Totti, indimenticabile

Pagine Romaniste (F. Belli) – “Francesco mi è piaciuto subito. Non solo come calciatore ma anche come persona. E’ un fenomeno, giocatore raro. Sembra quasi che quando è nato, il Padeterno gli abbia detto: vai giù e gioca a pallone e basta. E lui ha fatto quello che gli è stato ordinato”, parola di Gigi Riva. Pelè l’ha definito di recente il più forte giocatore italiano della storia. Per Maradona, un altro che col pallone qualcosa ha fatto, è il più forte calciatore mai visto in un campo di calcio. Poi ci sarebbero Cristiano Ronaldo, Messi, Zidane, Baggio e tanti altri che per esigenze di sintesi non possono essere inclusi. Una sinergia di opinioni autorevoli che non possono mettere in dubbio il campione che è stato Francesco Totti. Fare una cronistoria della carriera è inutile, la conoscono tutti: l’esordio col Brescia, il primo gol col Foggia, il primo gol al derby, il secondo e il “Ti ho purgato ancora”, lo scudetto, il cucchiaio all’Inter, l’infortunio, il Mondiale vinto a Berlino e cosi via. Tutti momenti impressi indelebilmente nella mente di ogni romanista. Del resto chi non ha visto almeno una volta il video in onda su Sky dei suoi 307 goal dal primo all’ultimo o la clip su Yotube con “Pyro” dei “King Of Leon” in sottofondo. Shopenhauer diceva: “Talvolta crediamo di aver nostalgia di un luogo lontano, mentre a rigore abbiamo soltanto nostalgia del tempo vissuto in quel luogo quando eravamo più giovani e freschi. Così il tempo ci inganna sotto la maschera dello spazio. Se facciamo il viaggio e andiamo là, ci accorgiamo dell’inganno”. Ed è questo che prova, un tifoso della Roma, quando vede quelle immagini: nostalgia. Non di una Roma che non c’è più, perlopiù perdente nei 25 anni di militanza del “Pupone”, soprannome che gli è stato affibbiato controvoglia. Ma per un pezzo di vita vissuta che se n’è andato, perduto per sempre.

Quel 28 maggio e la “caduta”, vera nascita del campione

25 anni sono un quarto di secolo, un periodo di tempo infinito. Sopratutto per questo esattamente tre anni e dodici giorni fa, il 28 maggio 2017, tutto l’Olimpico era in lacrime. Perché tutti erano consapevoli con l’addio di Totti che non avrebbero soltanto smesso di vedere il più grande giocatore della storia della Roma solcare quel prato dispensando settimanalmente magie d’ogni tipo, ma che avrebbero dovuto prendere un pezzo di vita e riporlo, per sempre, nel cassetto dei ricordi e chiuderlo con un lucchetto. E ben vengano i ricordi, perché finché ci sono loro non esiste un definitivo addio. Il momento che può descriverlo meglio, come per ogni campione, non è tanto quello dell’ascesa ma della caduta. Il 19 febbraio del 2006, all’apice della carriera, pochi minuti dopo il fischio d’inizio di una gara che porterà la Roma a vincere dieci partite di fila, Vanigli entra in takle e lo stende. La caviglia fa un giro innaturale e il responso è pessimo: operazione, stagione finita e Mondiale pure. Francesco, cosi ha voluto farsi chiamare da quel 28 maggio, accusa il colpo, ma pochi giorni dopo si riprende e trova la forza per credere al’impossibile. Forse è stato decisivo il derby della settimana successiva, quella dell’esultanza con le stampelle e delle 11 vittorie consecutive, o forse il supporto del commissario tecnico Marcello Lippi, che lo voleva con se in Germania ad ogni costo. Ad ogni modo torna ad allenarsi e recupera per il Mondiale, risultando anche tra i più importanti per il trionfo azzurro. Non sarà stato il suo Mondiale, come i tifosi della Roma speravano, ma i presupposti a febbraio non c’erano neanche per la sola presenza. Del resto anche Jim Morrison diceva che non è forte chi non cade ma chi, cadendo, ha la forza di rialzarsi.

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