Dirigenti, allenatori, compagni, progetti. Simone Perrotta in otto anni di Roma pensava di averle viste tutte. E invece no: è arrivato un allenatore che a 34 anni gli chiede di trasformarsi in un terzino. Una novità che non lo entusiasma ma gli permette, per il momento, di sopravvivere alla scure della rivoluzione americana.

A Riscone è stato il primo a parlare con entusiasmo di Luis Enrique. La pensa ancora così?
«Sicuramente quel pensiero positivo che avevamo in ritiro è stato confermato: è un progetto affascinante, però deve essere rafforzato dai risultati. Altrimenti il famoso “progetto” si sgretola».
Vi sentite ancora in un cantiere?
«Il gioco rispetto alle prime partite è migliorato, però lo ripeto: per portarlo avanti bisogna vincere le partite».
E si può fare con il calcio di Luis Enrique?
«È possibile attraverso il lavoro quotidiano, tanto lavoro. Dobbiamo crescere ancora molto per riuscire a vincere giocando in questo modo».
La preparazione vi soddisfa?
«La squadra fisicamente sta bene e corre fino al novantesimo. A differenza del passato ci alleniamo molto con il pallone e con intensità. La palestra è soggettiva, ognuno si gestisce in base alle proprie esigenze».
A San Siro ha debuttato da terzino. L’allenatore l’aveva avvertita per tempo?
«No, lui un giorno mi aveva solo accennato che era sua intenzione schierarmi in alcune partite anche da terzino, io pensavo che scherzasse… E invece a Milano mi ha messo lì e non mi ha detto nulla di particolare».
Come si trova?
«Ormai ho già giocato tre partite in quel ruolo. È diverso, diciamo che non mi dispiace e se lo devo fare lo faccio».
Ma si può dire che in questa Roma non esistono i terzini?
«È vero, gli spagnoli li considerano degli esterni anche se nelle ultime nostre partite non è stato più così. All’inizio della stagione i terzini erano sulla linea dei centrocampisti già quando l’azione iniziava dal portiere, adesso invece in fase di ripartenza siamo, anzi, sono un po’ più “bassi”».
Quindi si può dire che l’ allenatore ha modificato qualcosa?
«Sì, ma solo leggermente».
Avete problemi di comunicazione con lui?
«No, parla bene italiano e si fa capire anche se quando si “incazza” fa un mix di spagnolo, catalano e asturiano. Poi c’è Claudio, il traduttore, che ci spiega cosa sta dicendo con toni un po’ più soft e diciamo che non è proprio la stessa cosa…».
Il mental coach?
«Tonin è una brava persona ma non l’ho mai visto fare delle cose particolari. Magari con altri più giovani è intervenuto e li ha chiusi dentro una stanza buia… Scherzi a parte: è utile, non so se per fare il mental coach, ma è comunque gradito a tutto il gruppo».
Quanto è forte questa Roma?
«Potrebbe diventare forte forte, potrebbe… Ci sono dei giovani con qualità importanti e facendoli crescere bene potrebbero diventare fenomenali».
Uno in particolare?
«Pjanic forse è il più pronto per giocare. Anche Lamela ha dei numeri importanti».
Per voi “anziani” è diventata dura?
«No, siete più voi che ci ricordate l’età, noi ci alleniamo e giochiamo come sempre. Personalmente mi sento bene esattamente come quattro o cinque anni fa».
La Roma di quest’ anno ha un obiettivo?
«Non vorrei vivere questo campionato così, tanto per giocarlo. Mi piacerebbe essere protagonista fino alla fine. Questo non significa vincere lo scudetto ma cercare di restare aggrappati al gruppo di testa fino in fondo. Facciamo ancora in tempo».
Il gruppo com’ è?
«Fino all’anno scorso c’era una squadra che condivideva lo spogliatoio da tanti anni e si era creata una certa confidenza anche fuori da Trigoria. Ora è cambiato tantissimo ma piano piano si sta costituendo una solidità. Ci sono alcuni che ancora non parlano l’italiano e questo li limita: se devo andare a cena con un ragazzo che non conosce la lingua cosa gli dico?».
Siete troppi?
«Per noi non è un problema, forse per l’allenatore che deve scegliere sì. Dal nostro punto di vista è chiaro che vorremmo giocare sempre: se mi accadesse il contrario vorrebbe dire che sono finito. Però nessuno finora ha fatto casino per un’esclusione, mi è capitato di stare in panchina e ho visto sempre compagni coinvolti nella partita».
Preferirebbe sapere in anticipo se gioca?
«Luis Enrique vuole tenerci tutti sul filo, alcuni questa cosa la soffrono, altri come me no. Comunque non si capisce niente. È successo in passato che altri allenatori non mi dicessero prima della partita se sarei stato titolare ma dall’allenamento lo intuivo. Con lui no: quando ci comunica la formazione è veramente una sorpresa per tutti».
La Lazio capolista dà fastidio?
«Sono in due lassù e io preferisco guardare l’Udinese… Battute a parte, stanno facendo bene e hanno scelto la strada opposta alla nostra, alla fine vedremo quale sarà la più produttiva».
Che aria si respira a Trigoria?
«Si respira la voglia di creare qualcosa di solido che possa durare negli anni».
Perrotta ci sarà ancora?
«Ho il contratto in scadenza con un’opzione di rinnovo per un altro anno in base alle presenze e ai minuti. È un calcolo strano, ma posso dire che ci siamo quasi (in realtà deve giocare la metà delle gare ufficiali, ndr). La mia speranza è chiudere qui la carriera».
Per vincere?
«Mi manca un trofeo importante e questo è il rammarico che noi “vecchi” ci portiamo dentro. La nostra sfortuna è stata di aver trovato sulla strada un’Inter più forte di noi, altrimenti avremmo vinto un paio di scudetti. Uno ce lo siamo giocati e siamo andati a perdere la partita in cui abbiamo fatto meglio durante l’anno. Come piace dire a me: il destino è “bastarda”. Scrivilo.
Il Tempo – Alessandro Austini