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Il silenzio dell’amico José prima della battaglia

Il silenzio dell’amico José prima della battaglia

Corriere della Sera (P. Tomaselli) – Il silenzio di un amico prima della battaglia. José Mourinho ha preferito non parlare prima di sfidare la “sua” Inter: “Non vuole distrazioni, ma concentrarsi solo sul lavoro visto il poco tempo a disposizione” è la motivazione fornita dalla Roma. Quasi una sospensione scenografica, da attore consumato, per fare emergere l’importanza della partita e tutta l’energia che ribolle dentro le vene di Mou e della sua squadra. Perché non c’è dubbio: ammaccata e ferita, la Roma darà battaglia, anche per il suo allenatore che ritrova l’Inter per la prima volta da avversaria, undici anni e mezzo dopo la tenera notte del Bernabeu e due stagioni indimenticabili, non solo per gli interisti.

Certo, pochi giorni prima di riabbracciare uno dei suoi più vecchi amori, il Chelsea nel 2010, Mou aveva alzato i polsi al cielo nella sfida contro la Sampdoria, incrociandoli nel gesto delle manette che gli costò tre giornate di squalifica. Poi in zona mista aveva dribblato due ali di giornalisti per chiamarne uno inglese dall’altra parte della balaustra e preparare così il terreno alla sfida degli ottavi di Champions a Stamford Bridge, da grande artista dei mind games, i giochi psicologici.

Oggi il portoghese corre ancora sotto alla curva “come un bambino“, attacca gli arbitri, consiglia a Zaniolo di andare a giocare all’estero per non essere limitato dalla ruvidezza a tutto campo di certe squadre. Però quando lo fa sembra meno rabbioso, più saggio per alcuni, bollito per altri, sempre pronti con il carrello o con il carro, a seconda di come vanno i risultati.

Ma c’è un Mourinho per tutte le stagioni e quello romanista sembrava pacificato dal ritorno in Italia, autunnale quasi, nei suoi sorrisi ben spesi, nei suoi complimenti ai colleghi più giovani. Invece il fuoco c’è ancora e le medaglie al petto non hanno appesantito, almeno non del tutto, il più straordinario allenatore di uomini degli ultimi quindici anni.

A guidare i giocatori dalla lavagna al campo probabilmente ci sono colleghi più bravi, più aggiornati, più offensivi di Mou. Non c’è mistero, né tantomeno vergogna in questo, perché il pallone corre veloce. Ma trovare l’alchimia di un gruppo fra i vapori dello spogliatoio, farne una squadra a propria immagine e somiglianza, plasmarne il carattere prima ancora che il sistema di gioco o i principi che ne stanno alla base è un’arte senza tempo.

Giornalista sportivo appassionato di calcio.

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