La Repubblica (M.Pinci) – Sui cellulari di rappresentanti e delegati dei calciatori, arriva da giorni una pioggia di sms inequivocabili: «Aiutateci, mandate via Tavecchio, non ne possiamo più». A spedirli, non semplici tifosi arrabbiati dopo l’esclusione dell’Italia dal Mondiale di Russia. Ma gli stessi calciatori. Di ogni categoria, di ogni sesso. Tantissimi, quelli che hanno chiesto ai propri portavoce in consiglio federale di farsi sentire. Non che il presidente dell’Associazione, Damiano Tommasi, non avesse intenzione di mandare un messaggio forte. Alla riunione di ieri s’è presentato con una pregiudiziale: «Non inizio nemmeno a ascoltare se il presidente e il consiglio non prendono atto dei risultati dimettendosi». Davanti al “no” di Tavecchio, s’è alzato e se n’è andato: «Oggi ho avuto la conferma che le panchine sono più scomode delle poltrone», ha twittato poco dopo, con chiaro riferimento all’esonero di Ventura. L’unico a pagare.

Prima di lasciare via Allegri, Tommasi era stato altrettanto chiaro: «Noi pensiamo che non si possa non ripartire dalle elezioni». Il problema – suo, dei calciatori e di tutti gli oppositori dell’attuale governance federale – sono però proprio le elezioni. La questione nasce lì, nell’urna, in cui i piccoli pesano più dei giganti. Basti pensare, non è certo un mistero, che il 51% dei voti in assemblea elettiva lo esprimono Lega pro (17%) e Lega dilettanti (34%). Il destino di un giocattolo da 3,7 miliardi di euro di fatturato, in mano a rappresentanti di società che hanno un ricavato pari a un millesimo di quella cifra. E il presidente – Tavecchio è stato per 15 anni il plenipotenziario dei dilettanti – ne è un’emanazione. Serie A e Serie B, leghe commissariate per la loro incapacità esprimere una governance, “pesano” invece sul voto per il 12 e per il 5%. Proporzioni rispettate poi in consiglio federale, dove si votano le riforme e dove però a fare la differenza sono i “lillipuziani” del calcio, più che i giganti. O i suoi protagonisti, visto che ai calciatori non resta che il 20% della torta. A cui una volta s’aggiungeva il 10% degli allenatori, oggi vicinissimi a Tavecchio. Quegli sms forse continueranno a arrivare. Senza però pesare granché.