Corriere della Sera (L. Valdiserri) – Pioli è il mago della ripartenza dopo la lunga pausa per la pandemia, Conte il martello pneumatico che può fallire in Europa ma mai in campionato, Pirlo il nuovo che avanza con un grande passato dietro alle spalle. E poi, in mezzo a tre allenatori italiani che hanno masticato la serie A anche da calciatori, c’è l’intruso: il portoghese Paulo Fonseca con la sua Roma.
In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, il commissario tecnico portoghese Fernando Santos ha lanciato questo paragone: «Siamo simili agli italiani perché, venendo da popoli non ricchi, ci sappiamo adattare». E così ha fatto Fonseca, che aveva vinto tre scudetti consecutivi con lo Shakhtar Donetsk, la Juve di Ucraina. Pareggiò 3-3, in casa contro il Genoa, la sua prima partita in serie A: difesa a 4, terzini altissimi, tanti spazi lasciati all’avversario. Adesso gioca con la difesa a 3.
Predicava l’importanza del possesso palla e ora preferisce spesso lasciare la sfera agli altri in cambio di spazi da riempire con le incursioni di Mkhitaryan, Pellegrini, Pedro, Veretout e Spinazzola, orchestrati dalla sapienza di Dzeko nel giocare un po’ da 9 e un po’ da 10. Dire che si è «italianizzato» sarebbe da presuntuosi, come se il nostro calcio fosse a prescindere migliore degli altri. Però è certo che Fonseca, proprio come il mentore Fernando Santos, prepara ogni partita nei minimi dettagli. La tattica, per lui, non è sinonimo di debolezza ma di intelligenza.