La Repubblica (P. Torri) – E tornata la Joya. Al secolo Paulo Dybala, argentino, campione del mondo, segni particolari la capacità, quando sta bene, di garantire effetti speciali che da soli valgono il prezzo di un biglietto. Come quelli regalati alla poesia del calcio in occasione del gol che con l’Udinese, al termine di un’azione che è stata fin qui la più bella dell’intera stagione giallorossa. Qualcuno dirà che la Joya ha fatto di meglio. Vero, ma quello stop a seguire sull’imbucata di Lukaku dopo la verticalizzazione di Bove e il tocco di Azmoun, è roba da fuoriclasse, ancora di più del piatto sinistro con cui ha fatto esultare il popolo romanista.

La Nazionale argentina, con cui peraltro non ha giocato neppure un minuto, alla Roma ha restituito il vero Dybala, quello che in questa stagione di fatto si era visto poco e niente, frenato da infortuni e condizione mai ottimale, chiacchierato per una fragilità fisica che allo stesso Mou, in più di un’occasione, ha fatto dire che “non starebbe qui se fosse un giocatore senza problemi fisici” (frase che alla proprietà non è mai piaciuta) e contestato per questo da quei pochi che capiscono poco di calcio (quel suo dito davanti alla bocca a invitare a stare zitti era rivolto proprio a questi ultimi) non capendo che le ambizioni della Roma possono diventare realtà soltanto se Dybala sarà Dybala diciamo tre partite su quattro.