Il Tornatora

Serve un assist? Ci pensa Kolarov

di Redazione

Corriere dello Sport (M.Filacchione) Quel collo interno sinistro è un grimaldello dorato: lui lo agita da fermo o in corsa, liftandolo più o meno a seconda delle esigenze. Un tempo, ai suoi inizi, era un’arma letale soprattutto per la potenza, oggi è un bisturi ad alta precisione al servizio della squadra. I numeri parlano chiaro: in questo campionato Aleksandar Kolarov ha già mandato in gol sei volte i compagni: nessuno, tra i difensori della Serie A, è riuscito a fare altrettanto, mentre se consideriamo la classifica assoluta il serbo è ai limiti della top ten, a sole tre lunghezze dal vertice. Se poi ci trasferiamo in Europa, annotiamo un’altra assistenza preziosissima, in una serata memorabile: a Stamford Bridge, Kolarov prima rimise a galla la Roma, tramortita dal 2-0 iniziale, risolvendo in proprio; poi disegnò su punizione un arco perfetto a beneficio del momentaneo 2-3 di Dzeko. Una dannazione per i tifosi Blues, del resto abituati a trovarselo di fronte negli anni della lunga militanza al City. La sua zona rossa comincia poco dopo la linea di metà campo: da lì, può entrare con lo scambio (l’intesa con Perotti è stata immediata) e cercare il cross basso dal fondo; oppure, può sovrapporsi e piazzare il traversone arcuato; o anche, fermarsi e optare per il cambio di gioco. In ogni caso sono giocate non banali, mirate a “far male”.

ESEMPLARE – Quella che domenica scorsa ha punito il Crotone è una delle giocate attraverso cui spiegare il Kolarov assistman: interno collo arcuato e forte, tanto da non dare tempo al portiere di organizzare l’uscita. In casi del genere all’attaccante basta farsi trovare: ed El Sharaawy è stato bravissimo a farlo. Se si può trovare un piccolo neo nel superbo bagaglio di Dzeko, forse è proprio una certa pigrizia ad andare ad aggredire l’area piccola sui bolidi di Kolarov. Decisivo negli assist, determinante nella costruzione della manovra, Kolarov è la dimostrazione che i giocatori di spessore si vedono nelle occasioni importanti. Al San Paolo, soprattutto nella ripresa, ha fatto a brandelli il Napoli, togliendo agli azzurri le residue velleità di rimonta: lucido nell’imbeccare Dzeko per il 3-1, mortifero nel solito fendente dalla sinistra che ha indotto Mario Rui all’assurdo colpo di tacco a beneficio del 4-1 di Perotti.

UN RUOLO IN PIÙ Freddo, riflessivo, a tratti diventa il vero regista giallorosso. L’esperienza e una saggezza ormai acquisita gli dicono quando accelerare e quando gestire. Fuori campo lo dipingono come un ragazzo allegro, quando gioca ha però una faccia sola, impassibile, anche nei momenti più caldi. Cardine di questa Roma fin dalle prime uscite, i compagni si appoggiano a lui con la fiducia che si dà ai leader. Terminerà un’annata prodigiosa con i Mondiali, che la Serbia ha centrato anche con il suo contributo: pesantissimo il gol da tre punti nella decisiva trasferta in Irlanda. Proprio due giorni fa è stato promosso capitano dal suo ct Krstajic: «Sono pronto ad assumermi questa responsabilità», ha risposto all’appello, e in questo caso c’è da credere che non siano parole vuote. Il fatto che la Roma lo abbia preso con soli cinque milioni, beh, quello è un dato che riscalda il cuore: succede ancora che la competenza abbia più colore dei soldi.