A giugno anche i bookmakers inglesi ne erano praticamente certi. Pizarro lascerà la Roma, destinazione Olympiacos, in Grecia, con un triennale a 1,5 milioni di euro a stagione.
La quota del divorzio dopo 5 anni in giallorosso era offerta a 1,60, contro una conferma bancata a 2,15. Quattro mesi e qualche incomprensione dopo, il centrocampista cileno è ancora lì, a Roma. E oggi sarà uno degli uomini decisivi nell’assalto che Luis Enrique porterà ad un’Atalanta non solo ordinata e vincente finora, ma anche terribilmente affamata causa la penalizzazione iniziale di sei punti. E se si considerano le assenze di Gago, De Rossi e Greco, la situazione fisica non ottimale di De Rossi e le difficoltà attuali di Pjanic «Ha 21 anni, è qui da sole tre settimane e non parla la lingua. I giocatori non sono robot», lo ha difeso ieri Luis Enrique, Pizarro è davvero l’ombelico del mondo giallorosso.
Essenziale Se si pensa davvero che oggi Pizarro poteva non essere più a Roma, guardando all’Atalanta vengono i brividi. Del resto, la Roma era arrivata ad offrirgli la risoluzione del contratto «Ma non è vero, non gli abbiamo mai fatto questa offerta», ha smentito il diesse Walter Sabatini, che andrà in scadenza nel 2013. Il problema ha radici profonde, ai dissapori vissuti con Ranieri la scorsa stagione, quando Pizarro aveva problemi con l’attuale tecnico dell’Inter «Non mi ha mai guardato negli occhi», ha ammesso un giorno lo stesso Ranieri e alla fine del 2010 — per i soliti problemi al ginocchio malandato — gli venne concesso di curarsi in Cile. A casa, però, Pizarro ci rimase 15 giorni più del previsto e quando tornò a Roma, si dichiarò ancora «indisponibile». Fino all’esonero di Ranieri. La settimana dopo quel Genoa-Roma 4-3, Pizarro guarì e tornò ad essere il perno di centrocampo, stavolta della Roma di Montella. La società, però, non gradì, né quella vecchia, né quella attuale.
Metamorfosi Così succede che nella prima Roma di Luis Enrique, Pizarro resta un po’ ai margini. Forse anche per quella metamorfosi che nella sua genesi giallorossa lo ha portato da mediano davanti alla difesa con Spalletti a regista del rombo di centrocampo con Ranieri fino ad essere uno dei due intermedi di centrocampo con Luis Enrique. Ruolo a cui si adatta, perché il «Pek» ha grandissima qualità tecnica e di palleggio, il che nel possesso palla dello spagnolo dovrebbe andar bene. «David in campo mi dà amore, simpatia, mi dà di tutto», ha detto di lui in modo anche troppo ironico Luis Enrique. Che poi è andato sul campo: «È un calciatore tecnicamente molto dotato, può giocare sia sul passaggio corto sia su quello lungo. Non ha paura perché ha esperienza e poi ha dribbling, punta l’avversario. Ma da lui, come da tutti, voglio ancora di più». Oggi, forse ce l’avrà anche. Perché il «Pek» è giocatore che non si risparmia, se considerato. Ed allora, forse, quel famoso sogno di chiudere la carriera italiana a Roma potrà anche diventare realtà. «Poi, dopo il 2013, tornerò a giocare a Valparaiso, nei miei Santiago Wanderers». Lì è un idolo, come un po’ in tutto il Cile, nonostante l’addio nel 2005 alla nazionale. Per quello alla Roma, invece, c’è ancora tempo.
Gazzetta dello Sport – A.Pugliese