«Non ci resta che espugnare l’Olimpico». Luis Enrique va dritto dove lo porta il cuore. Perché, nonostante l’affetto e la partecipazione della gens giallorossa (previsti almeno 40.000 spettatori: 17.000 biglietti venduti fino a ieri sera), la Roma è ancora senza vittorie in casa. Sotto la collina di Montemario, dove il presidente DiBenedetto ha deciso di spostare gli uffici della sede e ha scelto di investire per aumentare i ricavi in attesa di costruire lo stadio di proprietà, già tre tentativi a vuoto: contro lo Slovan Brastilava, con il pari che è costato l’addio all’Europa League, contro il Cagliari, con la sconfitta al debutto in questo torneo, e contro il Siena, con il secondo pari interno e stavolta in una gara di campionato. Oggi pomeriggio, ore 18, la nuova chance contro l’Atalanta. «È fortissima» avverte il tecnico di Gijon. Ma non per mettere le mani avanti. Riconosce i meriti della formazione di Colantuono. Prima per punti fatti, 10, anche se in classifica se ne vedono solo 4, perché i 6 della penalizzazione non risultano. Come i nerazzurri non c’è nessuno e questo basta e avanza per rispettare l’ospite di giornata. La prima vittoria casalinga contro la prima della classe e per essere prima per una notte giocando d’anticipo. «E’ il nostro obiettivo. Non sto certo a parlare ora del derby, avremo due settimane per discuterne, perché so come lo vive questa città. Io devo solo stare attento all’Atalanta. So che sarà difficile, contro una squadra che sarà dietro al pallone, che è la migliore del momento. Sarà dura difendersi dal loro contropiede, da Schelotto a destra e da Denis, o dal loro centrocampo. Ma bisogna prendere i tre punti». Non è pomeriggio semplice o da goleada. Luis Enrique, per essere sincero fino in fondo, mette il suo autografo sul tavolo della sala Champions. La simulazione ha il suo effetto: «Firmo subito per l’uno a zero. Non voglio tante reti, cerco il successo. Per dar loro una gioia ai nostri tifosi». Proprio al pubblico, però, si aggrappa, avendo capito che restano ancora i dubbi e le perplessità sulle idee portate dalla Catalogna. «Ci sono fedeli al cento per cento, ma i giocatori hanno bisogno di sentire la fiducia della gente. Non io, i calciatori. La squadra già sente l’appoggio incredibile del tifo, ma penso che ce ne voglia ancora un po’ di più. Per farla essere convinta di quanto sta facendo. Vogliamo trovare la simbiosi completa con il nostro pubblico all’Olimpico già contro l’Atalanta. Vincere sarebbe un grande stimolo». «Veniamo dal primo successo in campionato che ci ha dato la forza per allenarci bene in settimana. Ci piacerebbe offrire anche uno spettacolo piacevole ai nostri tifosi» insiste Lucho. Che indica il percorso: «E’ molto semplice quello che vogliamo: essere veloci e diretti, marcare preventivamente e pressare alto, fare una partita che piaccia ai tifosi della Roma. Non penso che si possa arrivare al risultato solo andando dritti. Si possono anche fare le curve. Questo è il mio lavoro: cercare di trovare la collocazione migliore a tutti i calciatori. Non cambio il mio pensiero su come voglio che giochi la squadra, si deve sempre fare la partita, in casa e in trasferta. Attaccando». Si sofferma sul tiqui-taca, la ragnatela che è alla base del suo gioco, per spiegare quali sono le difficoltà della Roma: «E’ sempre meglio difendere nella metà campo avversaria con il possesso palla. Per sessanta minuti la squadra lo fa bene, ma bisogna riuscirci per novanta. La situazione è più mentale e non fisica: è successo in due partite in cui eravamo avanti nel risultato e avevamo ancora la paura di perdere il pallone e soffrire il contropiede veloce, che è una delle migliori qualità delle squadre italiane. Chi deve rincorrere il pallone, si stanca di più. E’ chiaro che serva un po’ di tempo. Ma non chiedo pazienza per me, so che i risultati decidono tutto». C’è, insomma, da aspettare. «Credo che ci sia un’ampia strada per crescere e che ancora manchi tantissimo. Non so, quindi, a che punto siamo, io prendo atto della gran voglia di apprendere che mostrano i giocatori». Punta, lo ripete, sul gruppo. «Non si vince in undici, ma tutti insieme. Non faccio distinzioni tra titolari e riserve e loro lo sanno». Sveglia, però, Bojan che spera di riavere il posto: «Da lui voglio vedere più fame ogni giorno». Protegge Pjanic: «Ancora non parla l’italiano, ma un po’ di inglese e di francese. E’ arrivato da tre settimane, ha ventuno anni: ancora non può ritrovarsi al meglio, ma ha tanta qualità». Si tiene stretto Pizarro: «Mi dà amore e simpatia. Mi dà tutto. E’ tecnicamente molto dotato, nel gioco corto e nei passaggi lunghi. Non ha paura perché ha esperienza. Ha dribbling, punta l’avversario. Ma pure da lui voglio di più».
Il Messaggero – Ugo Trani