Anno bisesto, anno funesto.

Qualcuno dice che i proverbi rappresentino la saggezza popolare, ma questa mi pare maggiormente un’affermazione legata ad una scaramanzia degna della patente di pirandelliana memoria.

Certo, per andare incontro al detto, il 2020 fu veramente un anno funesto. Come non ricordare quel periodo terrificante – pare che in molti lo abbiano scordato – chiusi in casa, con la possibilità di andare nel negozio più vicino per acquistare i generi di prima necessità, o di fare brevi passeggiate nel raggio di 200 metri, ma solo per i fragili come me.

“Andrà tutto bene”, scrivevano così sui balconi o nei posti più impensati ed invece non andò affatto tutto bene. Come dimenticare le file interminabili di camion militari colmi di bare, con le restrizioni che vietavano anche di piangere i propri cari. Tre persone per seguire il feretro, talvolta con i condomini che porgevano l’ultimo saluto affacciati alle finestre, anche nei casi in cui il decesso non aveva nulla da spartire con quello stramaledetto Covid-19.

Invece, quel virus che ha condizionato le nostre esistenze, cambiandoci profondamente -quasi sempre in peggio – ha avuto la sua parte anche laddove apparentemente ne risultava estraneo.

Forse, se quella domenica del 15 marzo non ci fosse stato il terrore di recarsi in Ospedale, dove medici eroi facevano il possibile per salvarci, Massimo non avrebbe atteso fino alle 2 del mattino del lunedì per ricoverarsi. Aveva il mio precedente, mi aveva rimproverato per aver differito il ricovero esponendomi a rischi irreversibili.

Ma da qualche giorno c’erano le restrizioni, la paura ci stava diventando compagna di vita. Anche lui era preoccupato, ma non per sé, per me e per il maestro Gianfranco Giubilo, i due “sfasciati” della sua inimitabile, ed inimitata, trasmissione.

Invece, quel maledetto 16 marzo 2020 – anno bisesto – ce lo ha portato via. Il suo funerale avrebbero dovuto celebrarlo in una delle basiliche romane, per tanta gente che ci sarebbe stata, per quanti gli volevano bene, per quanti lo stimavano, umanamente e professionalmente. Ma anche per lui valsero quelle regole ferree: al suo seguito Caterina, Anna Giulia ed Umberto. Gli altri chiusi nelle loro case a piangere un amico vero, una persona perbene, profondamente buona, un professionista esemplare, un romanista di antico stampo, come ce ne sono pochi.

Sono passati quattro anni, ma ancora oggi piango quando ti penso; a qualcuno al solo tuo ricordo si rompe il fiato in gola. Roberto dice che sei in Australia e gli credo, ma cosa accidenti ci sei andato a fare, già sapevi dell’amichevole di fine campionato?

Pietà

Mario Stagliano