Un chiodo fisso ai limiti dell’ossessione. Milan e Roma si affrontano con il Barcellona in testa. Troppo importante la sfida di mercoledì prossimo dei rossoneri contro i catalani per non condizionare la partita di domani, anche solo a livello inconscio: con i giallorossi è un passaggio chiave nella lotta scudetto ma pur sempre intermedio, l’impegno di Champions è invece la gara dell’anno, quella più attesa da tutto l’universo milanista.

Luis Enrique, dal canto suo, con l’ombra di Guardiola ci convive ogni domenica. Alla Roma ha dato sin dai primi giorni del ritiro estivo la stessa impostazione dei blaugrana, con la consapevolezza di inseguire un qualcosa di inarrivabile ma talmente bello ed efficace che vale la pena provarci. Finora è stata una rincorsa piena di affanno:appena la Roma ha dato l’impressione di aver recepito i meccanismi, si è persa subito dopo. Il test di San Siro arriva al momento giusto per entrambe le contendenti. Il Milan può fare le prove di Barça contro l’avversario italiano più simile agli spagnoli, non certo nel livello degli interpreti, ma nel canovaccio tattico: gioco palla a terra, passaggi corti, terzini alti, un playmaker che si abbassa in mezzo ai centrali difensivi, il pressing sul portatore cercato con insistenza dagli attaccanti.

Dall’altra parte i giallorossi hanno l’occasione di misurarsi con la migliore della classe, nonché l’unica squadra della serie A superiore in tutti i parametri statistici a cui Luis Enrique presta sempre grande attenzione. I numeri di Milan e Roma dicono due verità. La prima, lampante, è l’abisso che le separa. Le cifre “vere”, quelle concrete, scavano un solco netto: i rossoneri hanno 16 punti in più dei giallorossi, 57 gol segnati contro 41, 11 reti in meno incassate. Altrimenti una non sarebbe la capolista e l’altra la sesta forza del campionato. Eppure, se si passa alle statistiche da maniaci della tattica, la Roma insieme alla Juventus è la formazione più vicina al Milan. Nel tanto discusso possesso palla, ad esempio: 30 minuti e 28 secondi la media a partita degli uomini di Allegri, appena dieci secondi in meno per De Rossi e soci. In questi mesi, insomma, Luis Enrique qualcosa l’ha costruito eccome.

La filosofia comune si riflette sugli altri valori:il Milan ha una supremazia territoriale (minuti trascorsi con il pallone nella metà campo avversaria) di 13’47″, la bè subito dietro con 13’38″, otto secondi più della Juventus terza nella speciale graduatoria. La media di tiri totali – 15.1 – è la stessa dei rossoneri che però hanno dalla loro una maggiore precisione: 6.3 conclusioni dentro lo specchio contro 5.4. Tutto questo per dire che il volume di gioco non è poi così diverso a dispetto del netto divario in classifica. Luis Enrique aspetta la gara di domani come una verifica fondamentale del grado di crescita della sua Roma dopo la delusione dell’andata. “È l’unica partita – disse lo spagnolo – in cui la squadra non mi ha mai dato l’impressione di poter vincere”. Un’ammissione severa come quella fatta dopo l’ultima gara giocata con il Genoa. Quel “malo e malo” riferito ai due tempi dei giallorossi disputati contro i rossoblu è lo specchio dell’insoddisfazione di un tecnico che ancora non riesce a conquistare del tutto la testa dei suoi giocatori.

La Roma dei terzini più accorti, del De Rossi barricato e degli attaccanti che rinunciano al pressing non è un ordine partito dall’ “alto”, bensì un adattamento della squadra a una situazione di sofferenza. “Un compromesso” l’ha chiamato Luis Enrique lunedì sera: domani spera di non vederlo ancora a San Siro. Anche Allegri potrebbe restarci male: gli serve una Roma alla catalana per capire cosa lo aspetta quattro giorni dopo.

Il Tempo – Alessandro Austini