Con l’italiano Luis Enrique fa progressi. Per la prima volta, il traduttore fa praticamente scena muta.
Per spiegare cosa si aspetta da questa nuova esibizione all’Olimpico, dice «che la squadra e i tifosi trovino finalmente una simbiosi», ecco.
Problema Perché lo stadio di casa, che nelle intenzioni del presidente DiBenedetto dovrebbe «fare paura alle avversarie», non solo finora non ha spaventato gli ospiti, ma in più di un’occasione ha messo in soggezione i padroni di casa. Che in tre partite — il ritorno del playoff di Europa League e le gare con Cagliari e Siena — hanno raccolto la miseria di due pareggi e una sconfitta. Sentendosi, appunto, ospiti in casa propria. Possibile per una squadra che, a distanza di anni, continua ad ammantarsi della retorica del «Campo Testaccio, nessuna squadra ce passerà»? DiBenedetto ha individuato il problema, e anche per questo spinge per avere uno stadio di proprietà, senza pista d’atletica. Nei 6-7 anni che ci vorranno, cercherà di sfruttare meglio l’Olimpico, ma lui può solo commercialmente. La prima iniziativa — il carnet senza tessera del tifoso — gli è stata rinfacciata. La seconda nasce da un’esigenza: evitare che al prossimo derby in tribuna Tevere romanisti e laziali se le diano di santa ragione. Anche per questo ieri ha incontrato il Questore Francesco Tagliente, ma sarà l’Osservatorio, mercoledì, a decidere se destinare il settore solo ai tifosi laziali dotati di tessera del tifoso.
L’appello Luis Enrique non vuole parlare di derby — «avremo due settimane di chiacchiere, ora fatemi pensare all’Atalanta, squadra difficilissima da affrontare» —, ma parla volentieri di Olimpico e dintorni. «Noi sappiamo qual è il valore aggiunto del tifo romanista e dobbiamo sfruttarlo. A casa nostra vogliamo essere incredibilmente forti — dice — , per questo faccio un appello ai tifosi: sono eccezionali, ma vorrei che trasmettessero ancor più fiducia ai calciatori, ne hanno bisogno».
Rinnegarsi un po’ Hanno bisogno di una vittoria, lui e i suoi ragazzi, come il pane. Per questo non è già più tempo di calcio spettacolo. «Dobbiamo vincere, anche 1-0 va bene, a segnare più gol ci penseremo poi. Allegri dice che i campionati li vince chi incassa meno gol? Ha ragione, anche se è sempre questione di equilibrio tra fase difensiva e offensiva». Oddio, Luis ha rinnegato se stesso? «No, resto fedele al mio credo: squadra all’attacco, circolazione della palla veloce, pressing alto. La sofferenza nel finale? È più mentale, subentra la paura di vincere».
Il primo caso E c’è pure la sofferenza di chi resta fuori. «Devo fare delle scelte: gioca sempre chi ha più fame e voglia». Juan è guarito e — dice — si allena come un pazzo. Eppure è rimasto fuori a Parma e anche oggi… «gli manca ancora qualcosa», sentenzia Luis Enrique. Il brasiliano, che lamenta anche scarsa comunicazione con l’allenatore, non l’ha presa bene. Se da me negli allenamenti vuole anche il sangue — il suo ragionamento — io non sono in grado di darglielo. Prima vittima del sergente Luis?
Gazzetta dello Sport – Alessandro Catapano