
Corriere della Sera SETTE (A.Grasso) – Di chi è il merito se Francesco Totti è entrato nella leggenda del calcio? Suo, ovviamente. Ma c’è stato un momento particolare in cui tifosi e semplici spettatori hanno avuto la percezione che il calciatore ascendesse a un qualche Olimpo. Qualche settimana fa, Totti è entrato al minuto 86esimo di una complicatissima partita, Roma-Torino, e ha ribaltato il risultato con una doppietta, siglata in meno di quattro minuti. Quei due gol, il dissidio fra il capitano e l’allenatore Luciano Spalletti hanno scatenato la retorica dei commentatori. Qualche esempio. «Dirlo ora può sembrare blasfemo, ma questi sono gol che complicheranno le ultime righe del romanzo, tutte da scrivere. Una bellissima, ingannevole immortalità che vale per una sera o per qualche giorno, ma che allontana le esigenze della realtà, quelle che reclamano sempre il conto. Che si eviti almeno la commedia e si rispetti la storia» (Maurizio Crosetti). «Totti non ha mai sofferto tanto come in questi mesi, quando si è sentito svilito e abbandonato dalla società alla quale ha regalato tutta la carriera… Poi quei due gol nei tre minuti magici, forse i più importanti della sua vita di calciatore. Non una coppa né uno scudetto, qualcosa di molto più personale: la consacrazione della sua unicità» (Lucio Caracciolo). Tutto vero, tutto giusto. Ma chi è che ha regalato a Totti quei quattro minuti d’oro, la chiave per entrare nel paradiso dei calciatori? Per uno di quei paradossi che striano la storia, l’artefice è stato il peggiore in campo, cioè l’arbitro Gianpaolo Calvarese. Prima ha negato due rigori alla Roma e poi le ha assegnato il penalty nei minuti finali: su cross di Perotti, Maksimovic colpisce il pallone con il braccio, ma il gomito è attaccato al corpo, il fallo è assolutamente involontario. Dunque senza il regalo di Calvarese, Totti non avrebbe mai avuto quei minuti di gloria imperitura.
MALEDETTO PER ANTONOMASIA – La figura di Calvarese sembra uscita dalla penna di J. L. Borges o da quella di Mario Brelich ne L’opera del tradimento, dove l’immortale investigatore di E. A. Poe affronta un giallo teologico insolubile: come Giuda compì il disegno divino tradendo Cristo e insieme elevò, sacrificandolo, il Figlio fino al Padre. L’infedeltà di Giuda altro non sarebbe che lo strumento necessario all’attuazione degli imperscrutabili disegni provvidenziali (Cristo doveva essere tradito da qualcuno per essere crocefisso); sicché l’apostolo reietto, il maledetto per antonomasia, sarebbe la vittima inconsapevole di una delle tante “opere di Dio”. Anche il pessimo arbitraggio di Calvarese si è rivelato strumento provvidenziale. Come se tutto fosse già scritto. Come se Totti avesse ricevuto il dono più grande da un destino infido e capriccioso.
