La rabbia di Totti su Spalletti: “Io non posso finire così”

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La Repubblica (M.Pinci) – Raccontano che prima dell’eruzione del Vesuvio, Pompei sia stata scossa da un violento terremoto. Nella Roma di oggi c’è un altro vulcano che esplodendo ha iniziato a spaccare in due la città. E ha un nome e cognome: Francesco Totti. Accade tutto all’ora di pranzo: mentre uno Spalletti ignaro annuncia di voler puntare dall’inizio sul capitano, questi convoca le telecamere del Tg1 e apre il fuoco di uno sfogo covato dietro lunghe attese in panchina, palleggi con i raccattapalle, “visucci” cupi e scherzi in favore di camera. «Non posso finire così». L’ansia di un tramonto ogni giorno più malinconico, senza campo e senza gioie, lo invade e ne devasta l’umore spingendolo a deragliare dalla logica che dovrebbe suggerire frasi e tempi più opportuni. E convince Totti a chiamare su di sé gli occhi per dire a tutti: «L’infortunio che ho avuto è ormai alle spalle. Così non riesco a starci, sto male io, sta male chi mi sta intorno. Chiedo rispetto per quello che ho dato ». Quel risentimento che esplode, annunciato dai capricci della serata di Champions, pare puntare dritto l’indice contro Spalletti, a cui evidentemente è bastato un mese appena per diventare un ostacolo, forse un nemico: «Con lui ho un rapporto di buongiorno e buonasera. Lo stimo, ma avrei voluto che tante cose che ho letto me le avesse dette in faccia ».

Parole che sembrano pescate dal manuale del perfetto auto sabotatore. «Ma come, proprio ora che la Roma ha iniziato a ritrovarsi, a ritrovare i suoi tifosi, doveva scoppiare il bubbone?», si chiede la gente spiazzata da quelle dichiarazioni. Incredula, perché la prospettiva che le detta è quella di chi non riesce a staccare gli occhi da se stesso, dalla malinconia del quotidiano vissuto come uno dei tanti, da re senza più un regno. Nel presente e nel futuro, in cui Totti nonostante le 40 primavere imminenti si vede ancora calciatore, senza avere però la garanzia di poterlo essere a Roma. Quella Roma a cui ha dato 24 anni di vita e 300 gol e da cui si sente oltraggiato nel rinvio dei discorsi per il rinnovo ai giorni in cui arriverà il presidente. «Vedrò Pallotta e ognuno dirà la sua. Mi aspetto correttezza», dice, alludendo forse alla promessa che questi gli fece: «Finché vorrai giocare potrai farlo nella Roma». Promessa che Totti sente forse tradita. «Io non sto qui a dire che voglio giocare: sto bene, sono guarito, mi scade il contratto a giugno e valuterò qualsiasi cosa dovesse uscire». Frasi in cui si legge la determinazione a giocare anche altrove se la Roma non volesse consentirgli di continuare, pur sapendo quanto sarebbe dura da strappare quella bandiera.

Ma tempi e parole dell’eruzione raccontano altro: la distanza di Totti dalla Roma. Perché il vulcano esplode funestando la vigilia di una partita – Roma-Palermo, ore 20.45 – a cui la Roma chiede i punti per tornare terza. Dando un senso alle frasi di Spalletti: «Lui può dare un immenso aiuto sotto l’aspetto della qualità e lo deve fare da dentro il gruppo. Non deve essere troppo distante, ha bisogno dei compagni, non può stare laggiù da solo». È il racconto di quell’emarginazione che Totti s’è auto imposto da tempo, distante anni luce da un gruppo di ragazzini che potrebbero quasi essere figli suoi, che lo vedono come un mito e che vorrebbero avvicinarlo senza riuscirci. Impossibile ricucire lo strappo: nemmeno un gol, oggi, cancellerebbe gli effetti di quest’eruzione che proprio nel finale ha trasformato una storia d’amore in un dramma epico. Fermate la pellicola, questo film non può finire così.

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