La Repubblica (M.Favale) – Chissà se il giovane prete inglese in clergyman, tifoso del Liverpool, capisce le imprecazioni urlate dai romanisti. Sorride quando passa, birra in mano, proprio mentre Schick spizza di testa un cross senza centrare la porta. Abbey Theatre Irish pub, uno dei “tempi” romani dello sport, rifugio di chi non è potuto andare allo stadio ma anche delle frotte di turisti che fanno le “vasche” tra piazza Navona e Campo de’ Fiori. Gli occhi di tutti sono puntati sui maxischermi che trasmettono Roma-Barcellona (ma anche Manchester City-Liverpool), la sfida impossibile, quella della “remuntada” dei sogni. Diego, 36 anni, per propiziare il risultato ha indossato la maglia di Damiano Tommasi, il centrocampista giallorosso che nel 2002 segnò il gol del tre a zero proprio contro i blaugrana in una partita storica che qui, oggi, tutti ricordano. Quel giorno in campo con la maglia numero 10 c’era Francesco Totti e al suo fianco Batistuta, Montella e Cassano. «Noi magari ne facciamo tre — dice Diego prima dell’inizio della partita — il problema è che loro possono farcene 6».

Proprio come nel 2015, ma allora si giocava al Camp Nou e stavolta, invece, è l’Olimpico che prova a spingere la Roma verso una semifinale che sembra impossibile. E invece. «Bisogna segnare nei primi 10 minuti», è il mantra dei romanisti che, birra in mano, attendono il fischio d’inizio mescolandosi a inglesi, irlandesi, americani e, ovviamente, spagnoli. Edin Dzeko pare ascoltare i discorsi quando al quinto minuto doma un cross di De RossiPareva Totti», sentenzia un tifoso) e la mette alle spalle di Ter Stegen. È il momento che cambia una partita, che trasforma la disillusione in speranza. Pino si allenta la cravatta («Sono arrivato qui direttamente dal lavoro, non ho fatto in tempo a cambiarmi») e adesso ci crede. I catalani si fanno più piccoli, la tavolata di ragazze che tifano Messi osserva lo schermo silenziosa, mentre le urla dei romanisti si fanno più forti. C’è un fallo di mano nell’area del Barcellona, o almeno così sembra a chi guarda la tv. Non per l’arbitro che lascia correre. «Ma che è, Roma-Juventus?», si chiede Marco che batte il pugno sul tavolo ogni volta che la sua squadra supera la metà campo.

Al bancone si spillano birre a ripetizione, sui tavoli arrivano hamburger, tacos, pizze. All’intervallo si esce lungo via del Governo Vecchio, per riempire i 15 minuti di attesa con qualche tiro di sigaretta. Al rientro il copione del primo tempo sembra ripetersi. E al rigore che Dzeko riesce a procurarsi il pub sembra sussultare. De Rossi mette il sigillo su un risultato che tiene vivo il sogno. Quando il portiere giallorosso afferra sicuro un cross, parte in coro la “preghiera”: «Alisson Becker che sei tra i pali, sia santificato il tuo nome». Poi segna Manolas e l’Abbey è una bolgia: si salta, si prega (ma il prete del Liverpool è ormai lontano), si urla. «Adesso famo i coatti», la voce che si alza da un tavolo: tradotto significa difendere la palla in tutti i modi negli ultimi sudatissimi minuti. Il gruppo di spagnoli si rianima: «Vamos Messi». Ma non è serata. Quando arriva il fischio finale volano per terra tavoli e bicchieri. Si abbracciano tutti, qualcuno piange. Missione (impossibile) compiuta. «E adesso sotto con la Lazio», è l’ultimo pensiero prima dei festeggiamenti a Campo de Fiori.