La festa di Totti commuove Roma

Il Tempo (A.Austini) – Piangi Francesco. Quel giorno è arrivato e fa male. A tutti, figuriamoci a te. Piangi Francesco perché non era una festa. Era un’altra cosa, né meglio né peggio: un saluto commovente, un addio, la fine di una storia lunga 25 anni (più tre nelle giovanili), l’inizio di qualcosa che neppure tu sai cosa sarà, e «fa paura». Piangi Ilary, la moglie di un grande campione che adesso ha bisogno d’amore come mai prima. Piangi Cristian, piangi Chanel, papà ha smesso di giocare e non vi manderà più baci in tribuna ma continuerà a farlo ogni giorno a casa. Isabel non piange perché ancora non sa ed è l’unica che si è divertita davvero in quello stadio così grande, pieno di gente, di colore, di canti, di lacrime, di emozioni sincere. Per un’ora interminabile Totti ha unito una Roma ormai spaccata in mille pezzi, che fischia Spalletti e Pallotta, insulta Dzeko capocannoniere in Italia e in Europa e decisivo pure ieri, tifa e si riammutolisce, sbraita ed esulta, se la prende con questo e quell’altro, perché è sempre più bravo chi c’era prima o potrà arrivare dopo e mai chi c’è nel presente. Ieri no. Dopo la partita erano tutti uniti per Francesco, in onore di una carriera irripetibile. Una celebrazione davvero intensa, mai così bella in uno stadio italiano. Non c’è Del Piero che tenga, non c’è Baggio, non c’è Maradona, non c’è nessuno che potrà mai vivere un momento del genere. Struggente e consolatorio. Centoventimila occhi lucidi a guardare per l’ultima volta il capitano con pantaloncini e maglietta, a seguirlo passo passo in un giro di campo lentissimo, con la musica di sottofondo bassa, prima triste poi più dolce, i cori per darsi coraggio e interrompere il silenzio surreale, Vito Scala, commosso pure lui, a dar forza al suo Francesco dopo averlo spinto per una vita come un figlio. «Noi non ti lasceremo mai» canta la Curva Sud e piange pure lei. Un capitano così non ci sarà mai più. E allora piangi Daniele, perché l’eredità che ti ha lasciato il tuo amico del cuore Francesco è una responsabilità enorme adesso che sarai finalmente «capitan presente». Il calcio e la vita ti illudono, non è bastato il gol del 2-1, la corsa liberatoria sotto la Sud, i titoli già pronti sul passaggio di consegne. No, la Roma deve sempre piangere e rialzarsi, come ha fatto Perotti, che si chiama Diego perché il papà giocava nel Boca con Maradona, e per una volta ha segnato senza bisogno di calciare un rigore.

Piangi Emerson, sei arrivato in una squadra maledetta e se non l’avevi ancora capito lo hai fatto ieri: qui i legamenti delle ginocchia saltano come elastici sfilacciati, e quando pensi di essere arrivato invece hai appena iniziato. Vero Florenzi? Hai pianto pure tu, insieme a El Shaarawy, Manolas, mentre il palcoscenico toccava tutto al compagno di squadra più speciale. Piangi Spalletti, con la faccia di chi si sente imbucato a una festa dove non è invitato. Ci ha provato in ogni modo a spiegare quello che intendeva, concetti che estrapolati dal contesto non fanno una piega, la squadra più importante del singolo, l’esempio da dare agli altri, la paura dei «secondi» di togliere qualcosa all’eterno «primo». Mai tempi e i modi erano spesso sbagliati, quindi adesso è giusto separarsi dopo un campionato fantastico, col record di punti, che solo una Juve dittatrice non ha reso vincente. Pallotta non piange ed è bene che non deve farlo: le società si guidano col sangue freddo e il distacco, altrimenti si rischia di sbagliare ancora di più di quanto fatto finora. I primi, veri fischi, però, li ha sentiti e qualcosa gli lasceranno. Piangete Marco, Alessandro, Valeria, Giovanna, nomi di fantasia presi in mezzo ai 60mila cuori infranti dell’Olimpico. Ogni inquadratura, una lacrima, per decine e decine di volte su quei monitor che hanno immortalato il Totti-day dentro lo stadio e nelle case dell’Italia intera nel mondo. Dalle interviste trasmesse nel pre-partita, alle immagini dei gol più belli, le foto di una vita, poi la Curva che prima della partita ricorda al mondo che «Totti è la Roma» e lui va sotto a ringraziare mentre inizia la partita. Piangi Francesco, ma non rimpiangere. Hai fatto tutto quello che potevi, fino all’ultimo su quella bandierina a conquistare angoli e punizioni per far finire la maledetta partita col Genoa. La carriera è finita lì, l’ora successiva resta nella storia di una città e dello sport, con l’Olimpico colorato nella scenografia finale fatta di cartoncini «Totti 10», la maglia enorme distesa sul campo, il giro di campo, la targa di Pallotta, il piatto dei compagni, la lettera letta col microfono e Isabel a zompettare attorno. «Speravo de mori’ prima» c’era scritto su uno striscione. Invece no, è stato bello esserci. E piangere con Francesco.

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