Il Tornatora

Dzeko: “Mancio mi volevi all’Inter? Eccomi. Lo scudetto a Roma vale più dell’europeo”

di Redazione

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La Gazzetta dello Sport – L’Inter è avvisata. Edin Dzeko è uno specialista in missioni difficili, ha già portato lo scudetto al Wolfsburg e al City e ora vuole farlo con la Roma, dove il tricolore manca da 14 anni. Se la missione riuscirà, tre quarti del Grande Slam europeo sarebbe in cassaforte.

Dzeko, da ragazzo era un simpatizzante del Milan: per lei allora sarà un po’ un derby.
«Non esageriamo. Il mio idolo era Shevchenko e per questo seguivo il Milan, ma l’Inter è un avversario da battere come qualsiasi altro. Ciò che conta e fare bene e io, dopo l’infortunio al ginocchio, sono tornato al 100% anche se ho bisogno di ritrovare il ritmo partita».

A poco più di due mesi dal suo arrivo, si aspettava di vedere la Roma già in testa?
«Perché no? Sapevo di essere arrivato in una grande squadra, ma la stagione è ancora lunga. Ciò che conta davvero è di essere primi alla fine. Da questo punto di vista la sfida con l’Inter non è ancora decisiva, anche se la partita è importante. Chi vince prenderebbe fiducia e per questo a perdere non ci penso proprio».

Qual è la rivale più pericolosa per lo scudetto?
«Quest’anno non ci sono favorite. Ci siamo noi, l’Inter, il Napoli, la Fiorentina e anche la Juve. È sempre una grande squadra e si riprenderà».

Visto quello che sta succedendo, è contento che in estate la trattativa con la Juve si sia arenata.
«E’ vero, ho avuto contatti, ma ovviamente sono contento di essere qui».

Adesso chi teme di più tra Napoli e Inter?
«Il Napoli gioca molto bene. Con un campione come Higuain davanti, se non avrà infortuni è la più pericolosa. Lui e Pjanic adesso sono i più decisivi della Serie A. L’Inter però ha una rosa più lunga e quindi più soluzioni di emergenza».

L’argentino però segna a raffica, mentre lei al momento è fermo a quota uno.
«Non sono contento, per me il gol è importante, ma non mi sento oppresso. La squadra conta di più. Penso che chiunque preferirebbe vedere la Roma vincere e Dzeko restare a un solo gol. Ma i gol arriveranno. E in ogni caso non mi fisso traguardi. Ho sempre segnato e sono sicuro che segnerò anche qui, ma non voglio mettermi una pressione da solo».

Qual è il cannoniere che teme di più in Italia?
«Ci sono tanti a livello top, ma Higuain è il migliore. Anche Icardi e Kalinic sono molto forti, anche Eder. Una cosa è certa: segnare in Italia è più difficile, fare 30 gol altrove non è la stessa cosa».

Che giudizio ha di Balotelli?
«Mario è un bravo ragazzo e un mio amico. I tabloid inglesi ingigantivano spesso le sue storie, ma ha grandi qualità è ha tempo per dimostrare il suo valore. A Milano può fare bene».

Che ricordo ha di Roberto Mancini?
«È stata la persona che mi ha portato al City dalla Germania per giocare ai massimi livelli. Abbiamo vinto e passato dei momenti belli. Qualche volta non ho giocato, mi arrabbiavo e lui lo sapeva, ma lui non faceva mai differenze ed è giusto così. In Inghilterra a volte mi chiamavano “Super-Sub” perché entrando in corsa segnavo, non mi piaceva, però non è vero che sono stato felice quando è andato via. Ha fatto grandi risultati, che vorrei ripetere con Garcia.

Pellegrini?
Nessun problema con lui, poi non ho avuto grandi chance e così ho capito che il rapporto non aveva futuro».

Mancini l’ha mai contattata per averla all’Inter?
«Sì, è stato prima della fine della stagione, ma non se n’è fatto nulla e ora sto bene qui».

Da chi le piacerebbe essere allenato un giorno?
«Da Mourinho».

Domani chi toglierebbe ai nerazzurri?
«Va bene se ne tolgo un paio? Jovetic, perché è un grande giocatore, e Icardi. Stevan è un fenomeno, sono felice che stia bene e gli auguro il meglio, ma a partire dalla partita successiva».

Qual è stato il gol più emozionante che ha segnato in carriera?
«Forse quello del 2-2 contro il Qpr nell’ultima giornata della Premier che abbiamo vinto. Trionfare dopo tanti anni con il City è stato indimenticabile. Ma non voglio dire che sia stato più bello che vincere in Germania, perché farlo col Wolfsburg non è la stessa cosa che vincere con il Bayern. Avevamo tanti giovani, è stato fantastico. Uguale con il City, che non è mai come vincere con lo United. Insomma, non mi piacciono le cose facili, ma anche a Roma abbiamo la forza per farcela».

Per lo scudetto a cosa rinuncerebbe?
«Ai miei gol. Sarei disposto a rimanere a secco fino a fine della stagione Vincere il titolo qui non succede da tanto e sarebbe più importante che andare all’Europeo con la Bosnia, con cui ho già fatto il Mondiale. Se perdessimo con l’Irlanda e non andassimo in Francia, in fondo, sarà solo colpa nostra».

È dispiaciuto di essere andato via dalla Premier? In passato ha detto che l’Italia, fra stadi e scandali, non ha una bella immagine all’estero.
«Io sono voluto venire qui, altrimenti non l’avrei fatto. Da ragazzo, l’Italia era il miglior Paese al mondo per il calcio e ora ho voluto mettermi alla prova. Certo, stadi nuovi possono aiutare a crescere ancora com’è avvenuto in Germania e in Inghilterra. Sugli scandali, meglio non parlare di cose che non ho vissuto. Alcune cose magari sono vere, altre no».

Quanto ha inciso Pjanic nel suo arrivo a Roma?
«Beh, abbiamo parlato molto. La Roma già la seguivo e ho preso a seguirla di più. E poi so che il club vuole fare grandi cose e questo mi ha convinto».

E presto giocherà il suo primo derby. È vero che Lulic ha provato a convincerla a non andare alla Roma?.
«Sì, forse aveva paura, ma per fortuna non l’ho ascoltato e ora voglio batterlo. Fuori sì, ma sul campo non siamo amici».
La Curva Sud sta disertando lo stadio: si sentirebbe di fare un appello per averli?
«Certo. “Abbiamo bisogno di voi, insieme possiamo fare grandi cose”. So che il club si sta battendo».

La prossima settimana col Leverkusen vi giocherete il passaggio in Champions: cosa vi manca per fare bene anche in Europa?
«Arrivare agli ottavi è uno dei nostri obiettivi e andare fuori dispiacerebbe a tutti. Abbiamo fatto una grande partita con il Barcellona e se puoi fare bene con loro puoi farlo con chiunque. In Europa però non ci sono partite facili, lo abbiamo visto col Bate. Ora abbiamo il 50% di possibilità di passare, però mercoledì dobbiamo vincere».

A 20 anni lei giocava ancora a centrocampo e la soprannominavano Kloc, ma lo Zeljeznicar l’ha ceduta al all’Ustí nad Labem per 50.000 euro e un dirigente dell’epoca disse che avevano vinto alla lotteria.
«In Bosnia faticano a credere nei giovani. Il club poi aveva bisogno di soldi e anche se quella cifra sembra bassa, per loro era importante. Oggi ringrazio chi mi ha venduto e non ha puntato su di me».

La Bosnia per lei significa anche guerra.
«A me come a tanti bambini hanno rubato l’infanzia. È stato il periodo più brutto della mia vita. A Sarajevo vivevamo in 15 in 37 metri quadrati. Ci svegliavamo a volte senza avere quasi nulla per fare colazione. Mio padre era al fronte e tutti i giorni, quando suonavano le sirene, avevo paura di morire. Andavamo nei rifugi senza sapere mai quanto tempo dovevamo restarci. Certe esperienze rendono più forti e fanno apprezzare la vita nei momenti giusti. Quando hai avuto paura per la tua vita e quella dei tuoi familiari, i problemi del calcio sono niente al confronto. Non ho segnato? Fa niente, segnerò alla prossima partita. Le cose importanti sono altre».

A marzo avrà 30 anni: se dovesse raccontare la sua vita in una frase cosa direbbe?
«Ho avuto un’infanzia difficile, ma poi ho ottenuto grandi cose» .