Il Tornatora

Dzeko, da lampione a diamante: storia di un centravanti specializzato in metamorfosi

di Redazione

repubblica.it (M.Pinci) – Curioso che nell’anno in cui la Juve compra per 90 milioni l’attaccante più forte del campionato, a tener viva la corsa al titolo sia il centravanti della sua rivale. Ma a Edin Dzeko le contraddizioni piacciono. Da sempre, mica solo oggi che ha rovesciato i giudizi perfidi di un anno fa, le bocciature rapide, le critiche velenose. A colpi di gol: 17 in campionato, doppiando – con i 2 alla Fiorentina – gli 8 di un anno fa. Meglio di tutti in serie A e abbastanza per essere in testa (insieme a Aubameyang del Dortmund) alla classifica della Scarpa d’oro, che a Roma ha vinto Totti dieci anni fa e nessun altro più.

QUEL “NO” A 90 MILIONI DALLA CINA – E pensare che qualche settimana fa Edin Dzeko avrebbe potuto salutare la Roma e l’Europa. L’avidissima Cina aveva bussato anche a casa sua, proponendogli un triennale da 30 milioni all’anno. Sì, avete capito bene: 90 milioni per tre anni, questa la proposta del Tianjin di Fabio Cannavaro, che prima di prendere Pato aveva pensato al bosniaco di Spalletti. Dzeko però non ci ha pensato nemmeno: “Cosa vado a fare in Cina?”, ha risposto ai suoi agenti che gli presentavano la proposta. A lui piace giocare a calcio, da quando era un bambino e scappava di nascosto da casa, rischiando di finire sotto le bombe di Sarajevo. Un anno fa però si era rotto qualcosa: arrivato come il messia, il centravanti che mancava a Roma dai tempi di Batistuta, era partito affondando la Juve per poi eclissarsi. “Mister, ci alleniamo poco“, diceva a Garcia. Poi arrivò Spalletti, che giurava di puntare su di lui (“Se avessi potuto scegliere un attaccante avrei preso Dzeko”) ma per far rendere quell’organico colmo di talento e anarchia l’allenatore aveva scelto il “falso nove”. Dzeko immalinconiva in panchina e meditava l’addio. Poteva concretizzarsi in estate: poi ci ha ripensato, per non dirsi sconfitto. All’agente che parlava con l’Inter disse no: “Non voglio andarmene da perdente”.

DAL PALERMO ALLA SCARPA D’ORO – Dicono che il gol di Dzeko che ha fatto più felice Spalletti sia un gol inutile: quello di dieci giorni fa a Genova, contro la Samp. Cross dal fondo e l’attaccante che taglia sul primo palo. “Non lo fai mai quel taglio“. Gli chiede di muoversi tanto, di attaccare la profondità. Pure pubblicamente lo scuote spesso: “Devi essere più cattivo, Edin“. Ma a convertire qualche critica e lo scetticismo in applausi Dzeko è abituato. Ha iniziato presto: da “lampione” a “dijamant” in Bosnia, dove qualcuno s’è dovuto pentire di aver brindato alla sua cessone al Teplice – all’epoca era un centrocampista esterno – per 30mila euro. Spalletti lo ha definito “molle”, dopo qualche errore a Udine, ma pure divino dopo il gol decisivo con il Cagliari, sette giorni più tardi. Il momento più difficile a Roma, però, è stato dopo una vittoria: 5-0 al Palermo, lui segna due gol e regala due assist. Ma per un mese si parla solo del gol sbagliato a porta vuota. “Fai bene tre volte, ma se alla quarta sbagli, ricominciano con gli insulti. E’ come se si aspettasse l’occasione giusta per colpirti“, ha raccontato al Messaggero. Colpi a cui ha risposto, rovesciando i fischi con numeri da Scarpa d’oro. Alla Juve poteva andarci a giocare: ora proverà a toglierle il titolo.