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Il Corriere dello Sport (M. Evangelisti) – Sta lì da una vita e non è stata una brutta vita. Alberto De Rossi ha attraversato le giovanili della Roma come fossero un mare da esplorare. Per quasi metà dei suoi anni. Sono 22 stagioni che lavora con il club giallorosso. Gli ha dato una carriera più da maestro che da allenatore – non c’è da offendersi e lui stesso preferisce sentirsi prima insegnante e poi tecnico – oltre che un figlio e qualche trofeo rilevante.

PERCENTUALE – Vi diranno che i trofei in Primavera contano poco. Meno del numero di giocatori che si riescono a far arrivare alla prima squadra oppure a distribuire in giro tra i professionisti, in effetti. Ma qui si gioca, chi gioca vuole vincere e i ragazzi anche di più. De Rossi è un ragazzo di 58 anni, resterà alla guida della Primavera almeno finché ne avrà 60, questo dice l’ultimo contratto, e ha ottenuto abbastanza con la sua squadretta fantasiosa. Due scudetti, per cominciare, e una Coppa Italia. Gli scudetti sono quelli del 2004-05 e del 2010-11. Qui c’era, per esempio, Alessandro Florenzi, lì, sempre per esempio, Stefano Okaka e Leandro Greco. Con l’ultimo, i titoli italiani della Roma Primavera sono 7 in tutto. Quindi De Rossi porta la responsabilità di una bella percentuale di successi. La Coppa Italia è arrivata invece nella stagione 2011-12. Dovesse battere la Juventus, De Rossi arriverebbe a tre scudetti conquistati in prima persona. Qualcosa di simile a un primato in un ruolo che molti considerano di slancio e di passaggio.

DRIBBLING – Lui no. Sta bene dove sta e infatti ci sta da tredici anni. Se era una gara, il figlio Daniele lo ha battuto sulla linea bianca. Ciascuno sul proprio traguardo: De Rossi giovane è arrivato alla prima squadra nel 2001, De Rossi maturo alla guida della Primavera nel 2003. Così hanno persino evitato l’incrocio imbarazzante che hanno fatto in modo di dribblare anche in seguito. Come nel 2005, quando la Roma dovette impilare cinque allenatori per salvarsi dalla retrocessione e De Rossi riuscì a non farsi coinvolgere. E come nel 2013, alla resa di Zeman. Voleva evitare il contatto professionale diretto con Daniele, certo, ma non solo. Ha detto in qualche intervista: «Ricevo offerte da squadre di Serie B, anche interessanti, ma le rifiuto. Il calcio professionistico non è il mio. Troppa ansia, troppa fretta e nessuna voglia di costruire. E poi mi mancherebbe il contatto quotidiano con i giovani». I ragazzi della Primavera sono quanto di meglio al riguardo: non sono più bambini e non sono ancora adulti, raramente si sentono a dama, hanno il tempo di migliorare. E stanno a sentire quello che gli allenatori raccontano senza immaginarsi da un’altra parte. A De Rossi vincere interessa il giusto e il giusto significa abbastanza da volersi portare via questo scudetto con licenza di incavolarsi in caso contrario.