Il Tempo (L. Pes) – L’umiliazione subita a Genoa ha definitivamente messo a nudo una situazione di immensa difficoltà che i giallorossi hanno mostrato sin dai primi minuti di questo campionato. E tra i responsabili, inevitabilmente, ci finiscono tutti: dalla società, al tecnico fino ai calciatori.

Budapest, quindi come punto più alto (assieme a Tirana) della storia romanista di Mourinho, ma allo stesso tempo l’inizio di una fine che sembra essere dilaniante. Quella finale persa ai rigori il tecnico non l’ha mai accettata. Un Mourinho «diverso» si è detto, più pacato, riflessivo e meno polemico. Ma proprio questo probabilmente ora sta presentando il conto a lui e alla squadra. La pressione sulla società calata dopo le richieste di Budapest, il mercato vissuto quasi con passività e accettazione di scelte e tempi prolungati visto che c’era solo una stagione da affrontare. Quel Mou combattivo, sempre sul piede di guerra e, soprattutto, in costante pressione per ottenere rinforzi ha lasciato spazio al profilo basso che però evidentemente al gruppo è arrivato. Poi c’è il gioco, sempre assente, la condizione fisica. Tra equivoci tattici e prestazioni sotto il livello dell’accettabilità la Roma ha preso schiaffi a destra e a manca in un mese abbondante di stagione. Una situazione che vede già troppo lontani i primi quattro posti ma che soprattutto denota un’assenza societaria importante.