Radja Nainggolan torna a far parlare di sé con dichiarazioni dirette e senza filtri, nello stile che lo ha sempre contraddistinto dentro e fuori dal campo. L’ex centrocampista della Roma ha ripercorso alcuni dei momenti più significativi della sua carriera, soffermandosi in particolare sull’esperienza in giallorosso e sui rapporti con dirigenti e allenatori.
Ospite del podcast SportiumFUN, il “Ninja” ha parlato del legame viscerale con l’ambiente romanista e delle scelte che hanno segnato il suo percorso. Ecco le sue parole:
Molti dicono che con una vita più da ‘calciatore ideale’ avresti potuto raggiungere traguardi ancora più alti. Hai qualche rimpianto?
“Sono discussioni che ho avuto tante volte con tanta gente. Mi hanno detto: ‘Se tu vivevi un pochino più con la testa verso il calciatore ideale, non bevendo, non fumando, potresti aver giocato nel Real Madrid, Barcellona’. Ma io dico sempre la stessa risposta: senza la mia vita non avrei avuto la mia felicità e non avrei reso come ho reso. Sono stato infortunato mai, ho avuto lesioni muscolari che sono normali. Ho giocato la semifinale di Champions League con uno strappo di un centimetro nel polpaccio, ma l’ho fatto. Quello che faccio fuori dal campo sono ca**i miei”.
Circola un aneddoto su Spalletti che ti avrebbe ‘chiuso’ a Trigoria per tenerti sotto controllo. Puoi raccontarlo?
“Sì, mi aveva tenuto là, non mi ricordo esattamente il motivo, ma mi diceva: ‘Adesso tu ‘sta settimana dormi con me perché non voglio che esci’. Magari c’era una partita importante o era una punizione. E lui dormiva nella camera a fianco e ogni sera, fino alle 22:30, veniva in camera da me perché aveva paura che scappassi”.
Perché hai lasciato Roma per andare all’Inter? È stata una tua scelta?
“Ho lasciato Roma perché purtroppo io come uomo devo stare bene con me stesso tutti i giorni. Sono uno con molta personalità, che non ha mai avuto problemi a dire le cose che penso. È arrivato il direttore Monchi che voleva fare la sua squadra, perché il genio di Siviglia pensava di poter costruire in Italia una squadra come voleva lui. Voleva vendere tutti i giocatori di Sabatini. Quando ho saputo che mi ha voluto vendere ho detto: ‘Guarda, decido io dove andare, ma con una persona come te che prima fa il finto amico in faccia e poi mi vuole vendere dietro le spalle, non ci sto’. Questa è stata la mia decisione per andare via, con tanto male al cuore, perché a Roma sono stato da Dio. Sento ancora tanto affetto dai tifosi della Roma”.
Che rapporto avevi con Luciano Spalletti?
“Bellissimo. Io lo continuo a dire, per me è stato l’allenatore più forte che ho avuto in carriera. La sua visione di calcio era scritta sulla mia pelle. Come persona è molto particolare, ma quando ti vuole bene, ti vuole bene. Quando senti la sua fiducia, capisci che persona è, però non è uno che accetta facilmente tutti quanti. Costruisce certi tipi di rapporti con un paio di giocatori e quando fai parte di questi senti cosa ti può dare. Io con lui ho avuto questo rapporto”.
E con Daniele De Rossi? Che rapporto vi legava?
“De Rossi è stato importante. Con lui formavamo un centrocampo completo, è stato uno dei giocatori più forti con cui abbia mai giocato. È una persona che mi ha dato tanto e quindi, quando ho potuto dargli qualcosa, l’ho fatto: fa parte di me. La gente che mi dà tanto cercherò di ricambiare sempre. Ho avuto la possibilità di andare alla Spal per lui, non perché volessi scendere di categoria”.
Sei famoso per la frase “meglio uno scudetto alla Roma che dieci alla Juventus”. Da dove nasceva quella rivalità?
“Io sono andato in una società come la Roma, che per me è stata l’episodio più bello della mia storia. Volevo battermi contro la Juve e comunque, nei cinque anni che ci sono stato, ce la siamo giocata. Mancava sempre qualcosina perché la Juve era troppo superiore. Il mio detto nasce perché quando una società come la Roma vince uno scudetto sarà festa per vent’anni, la Juve lo vinci e lo devi rivincere. È diverso come sentimento. E poi la cosa dei favori arbitrali: a Cagliari presi un rigore inesistente contro, pensai fossimo una squadra piccola. Poi arrivo alla Roma e alla prima partita allo Stadium perdiamo 3-2 con due rigori fuori area. E da lì mi nasce questa sensazione. Era la realtà, l’hanno visto tutti, solo che io riesco a dirlo, gli altri hanno paura”.
Hai parlato del tuo sogno di rendere tua madre orgogliosa, scomparsa prematuramente.
“Quando feci il mio primo gol in Serie A, due settimane dopo la sua morte, mi sono commosso in campo. L’unico mio sogno era vedere mia madre benestante, soddisfatta di tutti gli sforzi che ha fatto per farmi arrivare così lontano e non l’ha mai potuto vivere. Penso che sia stata orgogliosa di me, ma più per quello che ho fatto per la mia famiglia che per il campo”.



