La Repubblica (M.Crosetti) – Povero Gian Zero Ventura, avanti e indietro nel suo recinto a guardar passare il tempo finché il tempo non passa tutto, e senza ritorno. Finché non passa lui. Fine di un citì per caso, fine (forse, magari) di chi lo scelse, cioè del mitico Tavecchio, quello delle banane. Ci sono apocalissi che possono servire, ripulire, far ricominciare qualcosa. «Non mi sono ancora dimesso, valuteremo, però è stato un orgoglio aver fatto parte di questo gruppo. La responsabilità è mia. Dal punto di vista sportivo è un risultato pesantissimo». Oggi la federazione firmerà una nota in cui rinvierà tutta la faccenda al prossimo consiglio federale. Il contratto scade a giugno, il rinnovo fino al 2020 sarebbe scattato solo in caso di qualificazione, c’è una trattativa da condurre sulla buonuscita. Ventura parla con un filo di voce a mezzanotte passata. «Doveva essere il mondiale di tutti, la nostra colpa è non avere segnato neppure un gol in due partite. Chiedo scusa a tutti gli italiani, del risultato, non dell’impegno e della voglia che ci abbiamo messo, ma è il risultato che conta. Il mio stato d’animo, adesso, non mi permette altre analisi però voglio ringraziare lo stadio che ci ha sostenuto dall’inizio alla fine. Parlerò col presidente federale e decideremo insieme. Ho voluto salutare i giocatori uno per uno, era giusto farlo». Anche perché non ci sarà un’altra occasione. Aveva 10 anni quando l’Italia mancò per la prima volta una qualificazione mondiale, la seconda sarebbe toccata a lui. Ma quel bambino, quel giorno, non poteva immaginarlo, non poteva sapere che sarebbe entrato al contrario nella storia, con l’unica colpa (l’unica?) di essere arrivato tardi, e male, su una panchina che non si può gestire solo producendo smorfie di disgustato disappunto. Non si può portare l’Italia ai Mondiali sfondando le tasche dei pantaloni con mani nervose, mulinando l’aria come un minipimer. Non si può azzeccare la formazione per dieci minuti su 180’, gli ultimi.

Ultimi, anche, per una leggenda come Gigi Buffon ed è triste dirgli addio. Se lui smette tra le lacrime, il merito è anche di Gian Zero. Lo stadio fischia Ventura all’inizio e lo insulta alla fine, lo spernacchia già alla lettura delle formazioni e lo manda in quel posto al 90’, mentre gli svedesi fanno un’orgia a centrocampo. «Non voglio neppure prendere in considerazione l’ipotesi di non andare ai Mondiali, sarebbe una catastrofe», aveva ripetuto troppe volte. In quell’esatto momento abbiamo iniziato a non andarci. Tracotanti, superficiali. Ventura che sbaglia tutto al Bernabeu, con quelle assurde 4 punte, che perde il filo e non lo ritrova più. La sua ultima panchina azzurra è stata la conferma di un destino, anzi di una vocazione. Intere generazioni di italiani non potevano sapere cosa vuol dire un’estate mondiale senza mondiali, ci voleva Gian Zero per impararlo. Un cavaliere dell’apocalisse con pervicacia rincorsa e raggiunta, il fondo dello sprofondo di un intero sistema che vale quanto questi minuscoli condottieri, l’ometto Tavecchio, e Ventura che non prendeva nemmeno in considerazione l’ipotesi di eccetera. Lo zero a zero di Gian Zero è solo l’ultima puntata di una brutta storia che comincia con la Nuova Zelanda nel 2010 e prosegue con la Costa Rica nel 2014, dentro la breve illusione di Conte che ha fatto mezze nozze con i fichi secchi all’Europeo di Francia, senza però mangiare la torta. Poche cose azzurre, quasi tutte sbagliate. Il campionato lo vince la Juve da 6 anni, nelle Coppe facciamo fatica, la nazionale è un gruppo sbandato e finito. Ora si deve ricominciare, ma prima bisogna cacciarne almeno un paio, un presidente federale e un allenatore per caso, anzi per caos. Il povero Ventura ci è arrivato passeggiando nella sua area come un carcerato nell’ora d’aria: fine pena ora. Che pena, più che altro.