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Il Foglio – Lo stadio del Brighton è, letteralmente, una cattedrale nel deserto: un bellissimo e moderno edificio immerso nel verde. Brighton è la Rimini d’Inghilterra. Nel bel mezzo della british countryside, la As Roma si è giocato un facile e scontato passaggio del turno di Coppa, l’accesso tra le otto grandi dell’Europa League. Anche se l’avventura degli inglesi è finita in una serata di tipica pioggia britannica, il piccolo club ha vinto la partita del business: l’American Express Stadium, già dal nome che campeggia all’ingresso, fa subito capire di trovarsi anni luce avanti al calcio italiano.

Pure una provinciale della Premier League, per anni relegata nella Championship, la Serie B inglese, ha uno stadio di proprietà avveniristico e, soprattutto, sponsorizzato. I tifosi giallorossi, abituati al gigantismo dello stadio Olimpico, sorridono entrando nel piccolo impianto: appena 30mila posti contro gli oltre 70mila di Roma. Ma nell’epoca del calcio che è industria dell’intrattenimento, i posti allo stadio si pesano e non si contano. L’American Express Stadium garantisce al club 10 milioni di dollari all’anno solo per il nome dell’impianto. Se a Brighton ci sono voluti 11 anni per costruire lo stadio a Roma il solo progetto di un nuovo impianto del club circola da almeno 15 anni, senza che sia ancora stata posata nemmeno una pietra. La vera differenza tra Premier e Serie A sta tutta qui più che nel numero di trofei.

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