È sempre stata una questione di soldi e tale è rimasta. Promesse e sentimenti svaniscono di fronte ai fatti raccontati con chiarezza da Daniele De Rossi martedì sera dopo Italia-Uruguay. «Le cose sono ferme» ha ammesso il centrocampista, che per la seconda volta quest’anno ha lanciato l’allarme sul contratto dall’altoparlante della nazionale, fuori dal controllo della Roma.

C’è l’accordo sulla durata quinquennale, quello economico è stato trovato solo sulla cosiddetta parte variabile, ovvero i premi legati a presenze (anche in Nazionale) e obiettivi. Manca l’intesa sulla «ciccia», lo stipendio base: De Rossi, forte dell’offerta da 9 milioni del Manchester City, è partito da una richiesta di quasi 7 milioni netti, la Roma ha iniziato la trattativa da 4.5. Le parti si sono avvicinate ma l’incontro a metà strada ancora non c’è stato e tra un mese e mezzo il biondo di Ostia sarà libero di trattare con chiunque. A Trigoria ieri hanno riascoltato e analizzato con attenzione le sue parole e avrebbero preferito non ascoltarle.

C’è una frase che fa più paura delle altre: «Se dovessi andarmene – ha detto De Rossi – preferirei l’estero, ma se non si trova un accordo non posso mica smettere di giocare a pallone». E in Italia c’è chi si è già fatto sotto dalla scorsa estate: il Milan, ormai abituato a fiondarsi sui «parametri zero», vedi Mexes e il «promesso sposo» Montolivo.

Insomma la Roma, ha tutto da perdere mentre il giocatore ha le spalle ben coperte. Vani sono stati gli sforzi di Sabatini, poi Baldini ha voluto prendere in mano la situazione, contando sui buoni rapporti con il «terribile» procuratore Sergio Berti che ha incontrato e rivedrà in questi giorni, ma neanche il dg è riuscito a venirne a capo. «È una delle mie priorità, nel giro di un paio di settimane se ne potrà sapere qualcosa in più» disse il 27 ottobre Baldini davanti ai soci. Il tempo è scaduto.
Il Tempo – Alessandro Austini