Corriere dello Sport (R.Maida) – Ci ha pensato bene, ha valutato pro e contro fino all’ultimo, poi ha deciso: vai Patrik. Di Francesco ha preferito non rivedere le convinzioni di inizio settimana, quando la distanza fisica dai nazionali gli aveva suggerito il cambio di centravanti, nonostante la complicazione finale dell’infortunio di Ünder. Avrebbe trasferito un messaggio sbagliato alla squadra e soprattutto a Schick, troppo spesso penalizzato dalle gerarchie tattiche e caratteriali del gruppo. A conti fatti però la mossa non ha prodotto risultati apprezzabili. Anzi. E’ più giusto dire che Schick abbia fallito un’altra occasione per dimostrarsi all’altezza della Roma.

OCCHIO – Eppure le statistiche offensive della partita di Bologna farebbero pensare altro. Sette tiri in porta, di cui tre nello specchio, costituiscono un suo record in Serie A. Mai, nelle precedenti esperienze con Sampdoria e Roma, era andato oltre i quattro tentativi per volta. Ma la contundenza, come la chiamava Luis Enrique nel suo bislacco anno a Trigoria, è stata insufficiente. Ci sono stati momenti della partita, lunghi tratti del gioco, in cui Schick dava l’idea di non essersi ancora reso conto del contesto in cui si trovasse. Se ne stava acquattato, nascosto, velato, però non in senso positivo: non è il centravanti che aspetta sulla sua zolla di riferimento, convinto che prima o poi gli capiterà la possibilità di mordere; è un giovane talento che non sceglie i tempi e i modi giusti per entrare in scena.

FIDUCIA – I compagni lo difendono senza giri di parole, avendone ammirato le spropositate qualità negli allenamenti infrasettimanali. Lo stesso Di Francesco, che in altre situazioni non era stato tenero nei suoi confronti, ieri gli ha tirato una ciambella di salvataggio dialettica, chiedendo pazienza. Però è stato proprio Schick, durante i dieci giorni passati dall’altra parte del mondo con la nazionale ceca, a confessare con candore di aver perso spensieratezza e autostima nel minestrone di problemi di salute (cuore), infortuni muscolari (tre, sempre nello stesso punto) e aspettative finanziarie (42 milioni di valutazione) che gli ha stritolato il cervello. E’ evidente che lui per primo, nel magnifico limbo dei suoi 21 anni, immaginasse un approccio più semplice alla Roma.

OCCASIONI – Adesso i suoi numeri cominciano a essere preoccupanti: se prima poteva lamentare una scarsa considerazione da parte dell’allenatore, nelle ultime cinque giornate ha giocato tre volte per novanta minuti senza mai lasciare il segno. In sette partite da titolare con la Roma ha segnato solo un gol, inutile peraltro, in Coppa Italia contro il Torino. Risolto l’equivoco del ruolo – non è un esterno e l’ha detto sin dal primo giorno – ha svelato nei fatti di essere molto indietro rispetto a Dzeko. Anche quando Di Francesco gli ha messo il collega centravanti di fianco, come nell’ultima mezz’ora a Bologna, non ha saputo mai rendersi pericoloso in area di rigore.

SCINTILLA – Con i giovani, per quanto strapagati, è opportuno esprimersi con cautela. Ma a questo punto tocca a Schick affermare con forza di essere un attaccante di primo piano. Non sarà mai il cattivone che aggredisce il mondo come Cavani o Ibrahimovic ma non può essere neppure il ragazzino spaurito che si sotterra per evitare di sbagliare. E se fosse Barcellona, magari per qualche minuto, il posto giusto per innescare il circuito virtuoso?