«Oggi è un giorno in meno rispetto a quello in cui andrò via». Che vinca o che perda, è il Luis Enrique di sempre, quello che si presenta in sala stampa al termine della partita. Se quello di inizio stagione era forse più baldanzoso, nel dichiarare di non dover render conto a nessuno delle proprie scelte, quello di oggi non è poi molto dissimile. Certamente più teso («sono stanco» ripete, nel chiedere le ultime domande) e nervoso. Fa lunghi respiri prima di parlare, quasi volesse calibrare le parole. E tuttavia, fa fatica ad esprimersi. E quando lo fa, anche il suo italiano sembra più stentato e involuto di qualche tempo fa. Non si nasconde, però, soprattutto avendo saputo della contestazione nei suoi confronti, dentro – durante la gara – e fuori lo stadio, alla fine. «E’ un giorno difficile per tutti – dice. – E posso capire la tristezza che provano i tifosi di fronte alle tante partite giocate al di sotto delle aspettative. Le contestazioni ce le meritiamo e posso capire che tutti loro abbiano perso la pazienza».

I tifosi, appunto. Prova a recuperarne il consenso, il tecnico spagnolo. «Posso parlare benissimo di come hanno sempre sostenuto la squadra e l’allenatore, per tutto l’anno. Sono stati incredibili. Ed è normale che oggi manifestino la loro delusione». Gli ricordano che proprio un diverso atteggiamento dei tifosi avrebbe potuto spingerlo a lasciare. Ma è inutile parlargli di dimissioni. «Non è il momento di scappare o fuggire. Sarebbe troppo facile. Per me è invece il momento di stare con i miei giocatori. Quest’allenatore domani si alza alle 9 e va a Trigoria per preparare la partita contro il Napoli – dice, alzando la voce. – Mi prendo le mie responsabilità e così farò sempre. E se a voi (i giornalisti, ndr) non sta bene, non me ne frega niente». Eccolo, il Luis Enrique del settembre scorso. Quello un po’ strafottente e che non smette di sbuffare alle domande che non gli piacciono. «Perché ho messo Tallo? Avrei voluto mettere Bojan o Lamela, ma in panchina non c’erano» risponde quasi irridente. «E comunque, è un cambio che rifarei centomila volte. E se questo significa perdere all’ultimo minuto, pazienza. Io voglio vincere sempre. Mi spiace, ma questo è il mio pensiero. Troppo facile criticare alla fine della partita». Di una cosa è comunque certo. «Aspetto le ultime quattro partite per cercare di ottenere la qualificazione alla Uefa, che per me resta l’obiettivo della stagione». Poi, si vedrà. Almeno sembra di capire. Parla ancora dei giocatori, il tecnico asturiano. «Ho visto la squadra soffrire in campo, soprattutto nel secondo tempo – dice ancora. – La situazione è difficile, ma dobbiamo rialzarci e pensare che mancano quattro partite in cui dobbiamo ottenere i migliori risultati. Proprio quelli che sono mancati in queste ultime partite. Un segno che la squadra non è più in sintonia con lui? «Non penso, ma va chiesto ai calciatori, solo loro lo possono dire».

Al suo arrivo si era parlato di gioco affascinante, di possibili risultati e di un’impronta da lasciare: di tutto ciò, gli fanno notare, non si è vista traccia. «Abbiamo migliorato le nostre prestazioni» risponde. Preferendo tornare a parlare di quella odierna. «Nel primo tempo abbiamo giocatto male, ma nel secondo ho visto una squadra diversa. E quando la vedo soffrire così, mi dà dispiacere. So che loro vogliono, ma anche che non riescono a fare ciò che vorrebbero». Una squadra isterica, di cui non si comprendono certi atteggiamenti, visto che detiene quasi un record in termini di espulsioni. «Non diamo calci a nessuno – risponde il tecnico – non siamo una squadra che fa un gioco fisico. Si tratta di situazioni strane e diverse. Che è sempre difficile gestire». Di certo, non ci sono motivi per aspettarsi partite del genere. «Si spiega con il fatto che sono situazioni che creiamo noi. Ma non parlo male dei calciatori, perché so che hanno sempre l’intenzione di fare. Perché una cosa è se l’altra squadra è più brava e una quella di non essere noi all’altezza. So anche che è dall’inizio che nella lotta per la Champions non abbiamo mai fatto la partita. Pur volendo, non ne siamo capaci. E capisco che questo faccia arrabbiare i tifosi, ma è così anche per noi. I tifosi ci sono sempre stati fedelissimi: capiamo la loro rabbia e la loro tristezza, che fanno sì che per noi la giornata sia doppiamente dura». Le richieste di dimissioni si ripetono. «Tranquilli – risponde ancora Luis Enrique. – Non sono eterno. Progetto? Non ne ho mai parlato. Sono solo venuto qua per fare il mio lavoro, sapendo che gli allenatori si giudicano dai risultati. L’ho detto fin dal primo giorno a Brunico». Ha già preso una decisione, per quando sarà ultimata la stagione? «No. Non ho deciso niente. Ora è il momento di essere con la squadra. E solo con lei». Ancora quattro partite, quindi, per trarre le conseguenze. L’appuntamento è al 13 maggio.

Il Romanista – Mauro Macedonio