Rigore Zaniolo in Roma-Inter, il Var non ha visto i replay migliori?

sport.sky.it (L.Fontani) – “Accuracy is more important than speed“, recita il famigerato protocollo Var. Tradotto “La precisione è più importante della rapidità“. Starebbe qui la soluzione del giallo (anzi giallorosso) del rigore negato a Zaniolo da Rocchi, con la pesante complicità del Var Fabbri. Tralasciando gli altri episodi (quello chiarissimo del rigore dato per mani di Brozovic ma anche i contatti Manolas-Icardi in area della Roma e Perisic-Zaniolo in occasione del gol di Keita, per i quali il mancato intervento del Var è del tutto giustificabile), per ipotizzare cosa sia successo in area dell’Inter al 36° del primo tempo occorre conoscere la dinamica regia-sala Var in occasione di episodi cruciali. Entrambe infatti hanno a disposizione tutte le immagini, ma lavorano “in parallelo”, nel senso che non comunicano tra loro. Mentre il Var – che conosce caratteristiche e posizionamento delle camere – chiede all’operatore Var le camere e le immagini che ritiene più utili, il regista fa altrettanto e propone quello che vediamo in tv: possono essere più replay in sequenza, o anche solo il primo piano dell’arbitro in attesa che prenda la sua decisione. Se manda dei replay, nella sala Var vengono visti dal monitor del cosiddetto “program”, cioè la diretta internazionale, quel che vediamo da casa. Ma può succedere che in quel momento il Var e il suo operatore stiano controllando altri replay e non colgano quelli – magari più probanti – trasmessi subito dalla regia.

Insomma, quel che potrebbe essere successo a Roma è che, mentre la regia trasmetteva i replay decisivi, soprattutto quello da dietro la porta di Handanovic, Fabbri e l’operatore Var stessero analizzando altre camere, più larghe o meno indicative (come ad esempio la “16 metri”, allineata al limite dell’area), dalle quali il contatto poteva sembrare lieve e/o accentuato da Zaniolo e la decisione di Rocchi “supportabile”. Un corto circuito che dimostra quanto possa essere decisiva nell’uso della tecnologia Var la dimestichezza, l’esperienza e l’abilità degli arbitri e degli operatori in cabina. D’altronde il protocollo prevede che le sale Var debbano essere “stagne” e non condizionate dai registi, che pure ovviamente hanno maggiore confidenza con la selezione delle immagini. Più che i “challenge” degli allenatori, ai quali l’Ifab è decisamente allergica, una soluzione potrebbe essere quella di uno staff di professionisti del Var, con una sala centrale che permetta di avere gruppi ristretti e quindi più affiatati e preparati. Il progetto esiste e l’episodio di Roma lo rafforza: nel giorno in cui vengono finalmente sdoganati i Var nelle Coppe, c’è già da lavorare per un futuro con più certezze e – possibilmente – meno polemiche.

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