Il Tornatora

Corriere della Sera – Marra: «Io, i giallorossi e il business americano»

di Redazione

«Gli americani sono così — dice il cavaliere Pippo Marra — Gente pratica. Se l’investimento merita vanno avanti e ci mettono anche altri soldi. Altrimenti, saluti e grazie. Così si fa dove il mercato non è una finzione né politica né economica né finanziaria». 
Quanto tempo ci metteranno, gli americani che hanno comprato la Roma, a decidere se restare o andare? «Secondo me gli eventi, cioè i successi o, corna facendo, gli insuccessi, possono condizionare qualsiasi decisione dei nuovi proprietari. Io, se posso, vorrei fare solo una considerazione…».
Prego, dopo 18 anni nel consiglio di amministrazione della Roma calcio, può permetterselo.
«Una squadra di calcio, come un’azienda, ha bisogno di un’anima. Il presidente Franco Sensi quando scendeva nello spogliatoio era in grado di cambiare qualcosa. Lui viveva il venerdì e il sabato prima della partita con angoscia e il lunedì e martedì, se la Roma aveva perso, stava a lutto».
 Ha paura che Di Benedetto non sarà altrettanto presente? «Spero che lo sia. Dicono che l’uomo-anima sarà il direttore generale Franco Baldini…». Il quale finora ha diretto la Roma da Londra.«Dai prossimi giorni sarà operativo, qui».
Il cavaliere Pippo Marra, 75 anni, parla dall’ultimo piano del palazzo di Trastevere dove ha sede il gruppo Adnkronos (comunicazione, news in varie lingue, una tv sulla salute, sport, libri). Marra è amministratore unico e direttore. È seduto a un enorme tavolo di legno che fu del banchiere Enrico Cuccia (con cui ha fatto affari). Su una parete, accanto a una delle finestre da cui si vede Roma, la foto di una falegnameria in California: suo padre, emigrato da Castelsilano (Crotone) ci lavorò tanto da arrivare a comprarla. Marra è uomo di relazioni importanti: Cefis, Giacomo Mancini, Craxi, Tatarella, Dini. Il presidente Cossiga, sopra ogni altro. I suoi due gemelli, Giuseppe jr. e Pietro, tre anni, sono stati battezzati dal cardinal Bertone, segretario di Stato vaticano. È finito nell’inchiesta P4 per una cena a casa sua con rivelazioni riservate: «La cena invece avvenne qui, in questo palazzo, un anno prima e senza rivelazioni». 
Serve lo stadio nuovo per convincere gli americani che la Roma è redditizia? «No, non è per quello. La Roma ha chiuso l’ultimo bilancio con 50 milioni di passivo. “Peanuts”, noccioline. Può rendere anche senza stadio nuovo. Ma lo stadio serve per far tornare le famiglie. Io se vado con Giuseppe jr., tifosissimo della Magica, che gli faccio fare all’Olimpico prima che inizi la partita?». Si farà lo stadio? «Impresa complicatissima: bisogna mettere d’accordo due o tre sovrintendenze, il Comune col suo piano regolatore, gli ambientalisti, fare le strade e i trasporti». 
Come entrò nel consiglio della Roma, 18 anni fa? «Facevo il consulente in Montedison, proprietaria delMessaggero. Sensi possedeva il Corriere adriatico e propose di stampare lui Il Messaggero in una tipografia di Ancona. Diedi parere negativo, non mi sembrava vantaggioso per Montedison. Sensi mi tolse il saluto. Poi, quando comprò la Roma, mi offrì di entrare in consiglio. Disse: “Se lei difende le mie figlie e i miei soldi come difese i soldi Montedison, sarà un ottimo consigliere…”». I Sensi sono fuori dalla Roma, lei resterà? «Finché la gestione mi convince e i soci mi ritengono utile alla causa, sì. Del resto, io sono un elemento di raccordo fra la Roma Imperiale di Franco e Rosella Sensi e la nuova Roma americana». Lei non era particolarmente favorevole all’ingresso degli americani nella Roma… «Non c’era una folla di candidati plausibili per comprare i giallorossi. Qui si tratta di ringraziare chi si è fatto avanti e ha investito sulla squadra». 
Lei ha condiviso il progetto, le scelte dei nuovi dirigenti? «Certo, altrimenti non sarei rimasto un’ora in più nel consiglio di amministrazione. Mica me l’ha ordinato il dottore di fare il consigliere della Roma!». Ma se per gli americani business is business, avrebbero potuto acquistare, allo stesso modo, la Juventus? «Direi proprio di no. Roma è un mito mondiale. E la scommessa è unire la storia millenaria della città con le imprese di una squadra di calcio. Pubblico potenziale: milioni e milioni di persone in tutto il mondo». 
Il nuovo corso è cominciato con un caso delicatissimo: sembrava che Baldini e il tecnico Luis Enrique volessero far fuori Totti, il capitano…«Totti appartiene all’Olimpo capitolino. Un fuoriclasse che non si discute, si celebra. Ma è un capitano anche molto generoso: se avesse badato più alla carriera e agli interessi personali che ai colori della squadra avrebbe già ricevuto un paio di palloni d’oro. Comunque, a 35 anni, resta lì, cervello pensante della Roma dei giovani». Ma nei primi tempi c’è stato un tentativo di limitare il «potere» di Totti? «Quando una squadra cambia direttore sportivo e allenatore, la nuova dirigenza giustamente vuol far sentire la propria voce e imporre i propri punti di vista. Allora è quasi sempre inevitabile che le maggiori pressioni siano sui giocatori più rappresentativi. Gli eventi successivi hanno dimostrato che si è trattato di una tempesta in un bicchier d’acqua mediatico». Cosa pensa del lavoro di Luis Enrique, del possesso palla, del lancio dei giovani? «D’accordissimo con lui. È finita l’epoca di Spalletti e Ranieri, un’epoca storicamente grande. Sui giocatori di quella Roma ora pesa l’anagrafe. È iniziata un’altra pagina, quella della “Roma americana”. La squadra è in rodaggio, con molti e bravi giovani. Bisogna darle il tempo di crescere. La fretta fa i gattini ciechi».
Cavalier Marra, c’è una pagina Facebook che si chiama “Pippo Marra laziale aritorna fra le fave”. Settori della tifoseria sono convinti che lei sia della Lazio. «Mai stato laziale! Dopo un derby vinto dalla Roma, anni fa, Clemente Mimun e Mauro Masi mi misero una sciarpa biancazzurra. Da quella foto è nata una leggenda metropolitana. A onor del vero, non mi sono mai piaciuti i conflitti cruenti fra cugini». Ha nostalgia dell’era Sensi? «Franco e Rosella sono sempre nel mio cuore, verso di loro nutro profondi sentimenti di gratitudine. Soprattutto come tifoso della Roma». 
Arriverà un nuovo scudetto? «Dovrei avere la sfera di cristallo. Ma sono ottimista su questa squadra. A intuito».
Corriere della Sera- A.Garibaldi