Il Tornatora

New York Times – 30 secondi con… Daniele De Rossi

di Redazione

Il New York Times intervista Daniele De Rossi in vista dell’arrivo negli Stati Uniti del centrocampista della Roma che con tutti i suoi compagni di squadra parteciperà alla tournèe invernale nel paese del presidente Pallotta.

Questo il testo integrale dell’intervista:

È giusto dire che si trova benissimo a Roma?
Sono nato a Roma. Per me, è la normalità giocare qui. Non ho mai tentato, o voluto veramente, di giocare altrove per un’altra squadra. Per me è incredibile, è grande. Venni per la prima volta al centro di allenamento (Trigoria, ndr) quando avevo 12 anni. È casa mia. Il calcio riceve tanta attenzione in Italia. Specialmente per le squadre di Roma“.

Lei avverte la pressione?
Credo che alcuni giocatori che vengono qui sentano tanta pressione. Io sono abituato ad avvertirla. Tu qui cresci sentendola, anche quando sei un semplice tifoso. È qualcosa con cui si convive“.

Come nel caso di alcuni club in Inghilterra, i nuovi proprietari americani stanno progettando di costruire uno stadio e vogliono estendere il brand Roma in tutto il mondo. Cosa ha notato che è cambiato con la nuova proprietà?
Ogni proprietà è differente dall’altra. Qui un sacco di persone sono cambiate: l’allenatore, lo staff tecnico, i giocatori. È cambiato tutto. Ma c’è la stessa passione per gestire bene questo club. Credo che per questi proprietari la Roma sia un progetto a lungo termine; noi speriamo che ci portino a vincere qualcosa di importante. Prima, la proprietà era di una famiglia i cui componenti hanno speso tutta la loro vita per la Roma. Ora è cambiato, ma si sta comunque lavorando in maniera appassionata“.

Di recente, ci sono stati episodi di razzismo e di antisemitismo che hanno coinvolto i tifosi della Lazio, l’altra società di Serie A di Roma, che hanno definito la Roma un “club di ebrei”. Pensa che questo sia un problema in Italia, nel calcio o nella società?
Parlando con i miei compagni di squadra, di molte nazionalità diverse, dicono di sentire parecchia differenza tra il calcio a Roma e quello di altre città e dei loro club. Penso che, in un certo senso, si tratti di un problema italiano. Fa parte del modo italiano di vivere e parlare di calcio. Non so come sia in altri Paesi, ma penso che dovremmo essere più leggeri. Sarebbe meglio per tutti, io gioco con tanti giocatori di colore e di religioni diverse e mi preoccupo per come vengono trattati. A proposito del razzismo a Roma, credo che riguardi davvero una piccola parte di tifosi della Roma, e anche della Lazio. È un problema del mondo che va a incidere sul football… voglio dire del soccer (De Rossi si ricorda che negli USA il football è un altro sport e che il calcio si chiama soccer, ndr). È un problema che riguarda tante persone che seguono il calcio“.

Dove ha imparato così bene l’inglese?
A scuola, e ora anche dalla mia ragazza. Suo padre è americano e sua madre è inglese“.

La Roma tornerà negli Stati Uniti dopo Natale. È un viaggio che lei e i suoi compagni aspettavate oppure preferiva rimanere in Italia durante la pausa del campionato?
Sono entusiasta. Devo dire che mi piacciono tanto gli Stati Uniti. Ci ho trascorso un sacco di tempo in vacanza. Amo il vostro paese. Sarà bello passare cinque giorni ad allenarsi e a lavorare, ma anche a divertirmi con mia figlia e la mia fidanzata. Quando vengo negli Stati Uniti, di solito trascorro del tempo a New York e a volte a Las Vegas. Lo so, non è molto culturale!”.

In questa stagione, la Roma ha un nuovo allenatore e questo ha comportato alcuni cambiamenti per la squadra e per lei in particolare. È stato difficile?
Sì, è qualcosa di nuovo per me. Abbiamo un nuovo tecnico, ma anche molti grandi nuovi giocatori, come Michael (Bradley, ndr). Il mio compito è quello di giocare nello stesso ruolo a centrocampo, ma è stato difficile trovare quello spazio che prima ero abituato ad avere. Devo solo lavorare duro ed essere professionale e sono sicuro che presto giocherò di più“.

Si è scritto e parlato molto ultimamente della possibilità che lei a gennaio andasse a giocare per Roberto Mancini al Manchester City in Inghilterra. È vero?
Pallotta ha detto che io non sono sul mercato, non sono in vendita. Ripeto, amo ancora questa città e la mia società. Tutto quello che amo è qui. Sarebbe così difficile per me, se dovessi cambiare. Se alcuni club mi vogliono, il mio manager dovrà parlare con loro. Non sento questa voce del Manchester City“.

Davvero? È onesto?
Va bene, ok. Sì, l’ho sentita questa voce. Sono sicuro che il mio futuro sarà una bella esperienza, indipendentemente da dove giocherò. Spero che un giorno possa essere negli Stati Uniti. Ne ho parlato a lungo con Michael (Bradley, ndr). Mi piacerebbe venire a giocare in America. Sono ancora giovane, ho 29 anni. Io vivo per questa società. La mia storia è che io vivo per il club e lasciarlo sarebbe un dramma, un grande dramma. Mi piacerebbe restare qui. Non tutti i giocatori hanno la mia stessa storia (la mia è la seconda generazione che gioca per la Roma). Alcuni giocatori possono cambiare città, cambiare nazioni e cambiare club da giovanissimi. Per loro è normale. Per me, non è il modo di fare il mio lavoro“.
New York Times – Jack Bell