Pagine Romaniste (Alessio Nardo) – Bentornato, calcio italiano. O meglio. Il bentornato lo diamo al talento, l’elemento che fa la differenza e che in questo sport contribuisce in modo determinante a creare emozioni. Attrae, affascina, rapisce. A volte inganna. Ma crea legami indissolubili tra chi ama il calcio e chi il calcio lo onora, ad alti livelli, dispensando prodezze e magie. Cosa sarebbe il pallone senza i Messi, i Cristiano Ronaldo, i Maradona, i Pelè, i Cruijff. Gente entrata nella storia come tanti italiani, che per svariate generazioni hanno consentito al tricolore di essere in vetta. In cima. Nell’élite del futbol. Costantemente competitivi, su ogni fronte, parlando sia di club che di nazionale.

Non torniamo troppo indietro nel tempo. Evitiamo dunque di parlare dei gloriosi anni ’30, quando gli azzurri di Vittorio Pozzo vinsero ben due mondiali consecutivi. E non parliamo nemmeno degli anni ’40, segnati dall’epopea del grande Torino, squadra che distribuiva anche consistenti fette di talento alla nazionale, sciaguratamente dissoltesi in un tragico giorno del 1949 sulle colline di Superga. Il nostro riepilogo storico parte dagli anni ’60, da quell’Italia che con Ferruccio Valcareggi al timone vinse l’Europeo (in casa) nel 1968 per poi prepararsi a vivere un grande mondiale, chiuso al secondo posto nel 1970 in Messico. Squadra guidata dalla magica generazione dei ragazzi nati negli anni ’40: Zoff (’42), Rosato (’43), Facchetti (’42), De Sisti (’43), Domenghini (’41), Rivera (’43), Mazzola (’42), Riva (’44), Boninsegna (’43), Prati (’46). Campioni veri. Fuoriclasse maestosi, protagonisti della prima di quattro ere calcistiche splendenti, dorate e vincenti per il movimento nostrano.

Dopo di loro, i fenomeni degli anni ’50. Quelli che, con Enzo Bearzot alla guida, ci portarono sul trono del mondo in Spagna, nel 1982: Scirea (’53), Gentile (’53), Collovati (’57), Vierchowod (’59), Cabrini (’57), Tardelli (’54), Oriali (’52), Bruno Conti (’55), Antognoni (’54), Altobelli (’55), Paolo Rossi (’56). Senza dimenticare altri “mostri” come Di Bartolomei (’55), Ancelotti (’59), Pruzzo (’55) e Bruno Giordano (’56). Successivamente, spazio alla splendida generazione degli anni ’60. Ossia? Mezzo Milan degli invincibili e tanti altri campionissimi, finalisti perdenti (ai rigori) al mondiale di USA ’94: Pagliuca (’66), Tassotti (’60), Baresi (’60), Costacurta (’66), Maldini (’68), Donadoni (’63), Signori (’68), Zola (’66) e Roby Baggio (’67) oltre ad altre stelle assolute del calibro di Vialli (’64) e Roberto Mancini (’64). Infine, i prodigi nativi degli anni ’70, coloro che ci hanno incoronato, nel 2006 in Germania, campioni del mondo per la quarta volta: Buffon (’78), Peruzzi (’70), Zambrotta (’77), Nesta (’76), Cannavaro (’73), Gattuso (’78), Pirlo (’78), Totti (’76), Del Piero (’74), Toni (’77) e Pippo Inzaghi (’73). Ricordando altri elementi di spessore quali Toldo (’71), Panucci (’73), Vieri (’73) e Montella (’74).

Ed eccoci al vero “buco” storico. Ossia, i ragazzi degli anni ’80. Escludendo gli iridati Barzagli (’81), De Rossi (’83) e Gilardino (’82) e le colonne juventine Marchisio (’86), Bonucci (’87) e Chiellini (’84), sono clamorosamente venute meno figure di altissimo profilo. E’ mancata un’ossatura permanente e realmente competitiva in grado di tirare la carretta e mantenere il calcio italiano al top. La promessa mai del tutto sbocciata Antonio Cassano (’82) è forse l’emblema del fallimento generazionale, di un movimento che è rimasto bloccato, fermo al palo. Le figuracce rimediate tra il 2010 e il 2018, con due mondiali indecenti e il mancato approdo al torneo di Russia, sono state la logica conseguenza di una povertà qualitativa e temperamentale imbarazzante. Basti pensare che in questo lasso di tempo hanno trovato spazio, in competizioni ufficiali e (soprattutto) da titolari, giocatori come Paletta, Abate, Cerci, Giaccherini, Pellè, Eder. Con il dovuto rispetto, s’intende.

Ed ora? Difficile affermare che si stia tornando ai valori assoluti del passato, ma qualcosa si muove. Gli anni ’90 ci stanno regalando qualità e speranze. Partiamo dai portieri: Donnarumma (’99), Perin (’92) e Meret (’97). Talento indiscusso, da formare e perfezionare. Poi i difensori, oscurati in nazionale dagli indivisibili “Leo & Giorgio” ma destinati, un giorno, a raccoglierne lo scettro: Caldara (’94), Romagnoli (’95), Mancini (’96), Rugani (’94) e Bastoni (’99). Sulle fasce Florenzi (’91) e Biraghi (’92), ad oggi inamovibili in azzurro, in attesa del pieno recupero di Conti (’94) e dell’esplosione di un certo Luca Pellegrini (’99). In mezzo tanta Roma e qualità sopraffina: la nuova superstar Nicolò Zaniolo (’99) e Lorenzo Pellegrini (’96) su tutti, ma anche Cristante (’95), Sensi (’95), Barella (’97) e il jolly Lazzari (’93), oltre ovviamente al professor Marco Verratti (’92) e all’oriundo Jorginho (’91). E davanti? Ci sono Chiesa (’97), El Shaarawy (’92), Bernardeschi (’94), Politano (’93), Verdi (’92), Insigne (’91) e c’è “mister gol” Patrick Cutrone (’98) che presto potrebbe scalzare Immobile (’90) e Belotti (’93) col tormentato Balotelli (’90) già da tempo autoemarginatosi. Insomma, il Mancio ha del materiale su cui lavorare concretamente. A differenza, forse, dei suoi predecessori. In attesa di scoprire che gusto avranno i talenti del 2000. Con Riccardi, TonaliKean e Pellegri non partiamo male. Il resto, con calma, si vedrà.