Antunes: “Totti era un grande capitano e una persona splendida, così come De Rossi. Sono grato a Spalletti”

di Redazione

AS Roma Match Program (T.Riccardi) – Vitorino Gabriel Antunes è stato il primo e ad oggi l’unico calciatore nato in Portogallo ad aver vestito la maglia della Roma in Champions League. In una sola occasione, nell’anno 2007. Roma-Manchester United 1-1. Matchday 6 del raggruppamento, partita che non sancì alcuna qualificazione, dato che sia i giallorossi sia gli inglesi erano già sicuri del passaggio del turno agli ottavi di finale. Antunes aveva 20 anni e da pochi mesi era arrivato nella Capitale dal Pacos de Ferreira. Andò bene, quella volta. La gara finì in pareggio con le reti di Piqué – proprio quel Piqué, l’attuale difensore del Barcellona e marito di Shakira, che allora militava nei “red devils” – e Mancini, ma lui risultò tra i migliori in campo, schierato nel suo ruolo di terzino sinistro. Tanto che il quotidiano “Il Romanista” il giorno dopo titolò in prima e a tutta pagina, “Anvedi Antunes”. Lui è rimasto particolarmente legato alla realtà giallorossa, tanto che ancora oggi parla un ottimo italiano nonostante abbia girato tanto in Europa tra Panionios, Malaga, Dinamo Kiev e adesso Getafe.

Sapeva di essere l’unico giocatore portoghese della Roma ad aver giocato in Champions?
Non lo sapevo, sinceramente. Ma mi fa piacere, mi fa molto piacere. A Roma ci ho lasciato un pezzo di cuore. Torno spesso nella Capitale, ho tanti amici. È lì che la mia carriera è partita, una volta lasciato il Portogallo. E pensare che avrei potuto vestire un’altra maglia prima di firmare per la Roma…

Quale maglia?
Quella bianconera, della Juventus. Avevo già firmato un precontratto con loro, ma nell’accordo rientrava che io sarei dovuto andare a giocare a Vicenza un anno per farmi le ossa. Il Vicenza, allora, era una squadra a cui la Juventus mandava tanti giovani. Poi verso la fine di agosto arriva una chiamata al mio procuratore e lui mi propone di partire per Roma. Era stato contattato dai direttori Pradè e Conti. Lì non ci ho pensato un attimo, dalla prospettiva di finire al Vicenza, mi ritrovai in una squadra che faceva la Champions League, con tanti campioni.

Campioni come Totti, De Rossi, ma non solo. Come fu il suo approccio a una realtà così?
Era la mia paura iniziale più grande, quella di entrare in uno spogliatoio formato da tante personalità importanti. Ma l’impatto fu più semplice di quello che pensavo. I ragazzi mi fecero sentire uno di loro, accogliendomi nel gruppo da subito. Francesco era un grande capitano e una persona splendida, così come Daniele. Ma devo ringraziare anche Panucci. Pure lui mi ha dato tanto sul piano personale. Per non parlare di Spalletti…

Il suo primo allenatore in Italia…
Esattamente, gli sono grato. Mi ha insegnato molto a livello tattico e tecnico. Io pensavo già di avere una buona predisposizione a difendere, ma una volta arrivato in Italia ho capito che non bastava. Che c’era da lavorare tanto. E il mister mi fece lavorare in allenamento curando ogni dettaglio. Mi prendeva da parte e mi spiegava i movimenti corretti. Cose, concetti, che poi mi sono ritrovato nel proseguo di carriera.

Poi, arrivò la sera dell’esordio contro il Manchester United…
Giocai dal primo minuto e non venni sostituito. Ebbi un buon impatto sulla gara, andammo sotto nel punteggio, ma poi la riprendemmo anche se il risultato contava fino ad un certo punto. Ma quella partita mi servì per farmi capire che potevo giocare a buon livello. Tanto che l’anno dopo andai prestito a Lecce e iniziai molto bene, ma poi ci furono altri problemi. Non prettamente calcistici…

Ovvero?
L’allenatore, Beretta, ad un certo punto ebbe una sorta di indicazione dal club di non schierare più i giocatori arrivati in prestito dal mercato. Tra cui il sottoscritto, che ero ancora di proprietà della Roma. Evidentemente volevano valorizzare i tesserati di proprietà. E da quel momento la squadra ebbe una flessione continua. Venne esonerato Beretta e arrivò De Canio. Troppi cambiamenti, arrivò inevitabile la retrocessione. Un peccato.

Oggi ha 32 anni ed è tornato in Liga, al Getafe…
Sì, forse è il campionato migliore per le mie caratteristiche di esterno basso di spinta. Mi trovai molto bene nel Malaga nel 2012-2013, dove arrivammo fino ai quarti di finale di Champions, ora sono a mio agio nel Getafe. Gioco con regolarità e sono soddisfatto.

Vedrà Roma-Porto?
Certo che la vedrò. È una partita molto interessante, complicata per entrambe e difficilmente pronosticabile. La Roma è in un buon momento, il Porto è primo in classifica in campionato e con Sergio Conceiçao è diventata una formazione molto organizzata. Ci sarà da divertirsi, ma la Roma occupa ancora un posto particolare nel mio cuore, anche se sono portoghese.