La Gazzetta dello Sport (M. Guidi) – Nel calcio dei grandi l’ha lanciato lui. Stagione 2001-02, Fabio Capello allena la Roma, mentre Daniele De Rossi è un giovane prospetto della Primavera giallorossa. Fino al 30 ottobre 2001, quando il tecnico lo fece esordire addirittura in Champions. ”

“Ma l’aneddoto che più rende l’idea di che pasta fosse Daniele arriva poco dopo, in Coppa Italia“.

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“Tra i giovani di quella Roma il più promettente era Aquilani. Aveva una tecnica eccellente. Cosi, contro la Triestina decisi di lanciare da titolare un primavera e scelsi lui”.

E De Rossi?
“Ci arriviamo. Aquilani giocò un primo tempo così così, solo “passaggini” orizzontali, nulla a che vedere con quello che faceva in allenamento. All’intervallo gli dico: “Alberto, fai quello di cui sei capace”. Ma niente, era bloccato. Così a un certo punto lo sostitui. Poi feci entrare Daniele. Ecco, De Rossi gioco come in allenamento. Sa che vuol dire?
Personalità. A fine stagione dissi alla società: “Aquilani va in prestito, ma quest’altro resta qui con me””.

Da grande centrocampista a tecnico. Lui come Guardiola, Ancelotti, Conte. E Capello naturalmente.
“Per giocare in quel ruolo devi già essere un allenatore in campo, perché hai la visione d’insieme: lanci l’attacco e proteggi la difesa, tenendo d’occhio la posizione di compagni e avversari. De Rossi era un calciatore con un’intelligenza tattica superiore e non mi stupisce che oggi stia avendo risultati in panchina”.

C’è un tocco di Capello nel De Rossi di oggi?
“Mi piace pensarlo, anche se un giocatore prende spunto da tutti gli allenatori che ha avuto, lo stesso ho imparato cose diverse da Herrera, Liedholm e Fabbri. Daniele ha avuto Spalletti, Lippi e tanti altri”.

Una caratteristica che le piace del De Rossi allenatore?
“Il pragmatismo. La sua Roma fa più partite nella partita, come l’altro giorno contro il Milan. E poi si vede che, oltre a essere molto sveglio tatticamente, è uno che studia. E il Milan l’aveva studiato molto bene..”.

La sua Roma sembra un’altra dall’addio di Mourinho.
“Credo Daniele sia stato molto bravo dall’inizio a infondere sicurezza, coinvolgere tutti i calciatori e rendersi credibile. Certo, ha avuto anche la fortuna di una partenza soft, a livello di calendario, ma da quei primi risultati ha saputo trarre forza di fronte al gruppo, diventandone il leader”.

Alcuni giocatori con lui sono cresciuti incredibilmente di rendimento. Pellegrini, per esempio…
“È sotto gli occhi di tutti, infatti c’è chi pensa male, ricordando come giocava con Mou. Ma io credo che non sia solo Pellegrini. Prendete Celik, De Rossi l’ha rivitalizzato. O la scelta di Svilar in porta. Tutto nasce da quanto sei credibile nello spogliatoio. Se i calciatori ti riconoscono, poi ti seguono. Contro il Milan El Shaarawy ha fatto una gran partita a destra, pur essendo più a suo agio a sinistra, ma ha capito che il sacrificio fosse necessario per la squadra, grazie a quanto trasmesso dall’allenatore”.

Perché con Mourinho non succedeva?
“Non posso saperlo, ma credo che c’entri pure la comunicazione. A Lecce la Roma ha fatto maluccio e De Rossi si è detto insoddisfatto della prestazione dei suoi. Il messaggio era “potete far meglio di cosi”. Mou, invece, ha spesso criticato la qualità della rosa e forse qualcuno non l’ha presa bene…”.

Come definirebbe il calcio di De Rossi?
“Possesso, attenzione, rapidità. Rispetto alla Roma di Mou, porta più uomini nell’area avversaria, proprio perché gli esterni e Pellegrini adesso sono più coinvolti”.

Insomma, è il futuro della pan- china della Roma?
“Tatticamente è pronto, non ci sono dubbi. Ma attenzione: la gestione di una stagione dall’inizio è differente dal subentrare in corsa”.