Quelle barriere abbattute. Si prova a voltare pagina

La Gazzetta dello Sport (A.Catapano) – Una liberazione, ma con «l» minuscola. Perché in questi giorni di grande e affettuosa complicità – passateci il termine – tra ultrà che finalmente tornano a popolare la curva, proprio nel derby, e politici, dirigenti sportivi e opinionisti che da anni ne invocavano il ritorno, le parole pronunciate dal capo della Polizia Franco Gabrielli, seppure abbiano trovato poco risalto nel mare magnum dei trombettieri da stadio, pesano come macigni. «Dedichiamo molto spazio alle barriere – ha ricordato un paio di giorni fa –, ignorando che le partite di calcio ormai sono come luoghi del Far West».

UN UOMO SOLO – Un monito amaro, non solo per i romanisti e i laziali. Queste parole dovrebbero far riflettere tutti gli italiani. Perché in un Paese moderno, evoluto, democratico, è incivile che un Prefetto con il curriculum di Gabrielli venga lasciato solo dalle istituzioni – come ricordò in un convegno dello scorso anno all’Università La Sapienza – e, nella migliore delle ipotesi, esposto al pubblico ludibrio da tifosi più o meno illustri e, purtroppo, comunicatori più o meno seri. «Da martedì – ha detto col sorriso – saremo tutti più felici e io passerò dall’essere quello che ha generato lo scempio mettendo le barriere (nell’estate 2015, quando era Prefetto di Roma, ndr) a quello che ha stabilito la tempistica per toglierle». In una città in cui spesso di calcio ci si ammala, qualcuno è andato oltre. «Gabrielli come Raciti, hanno scritto – ricorda il capo della Polizia –. Ora mi auguro che non compaiano più, non tanto per me ma per i miei figli».

LA POLITICA – A questo siamo arrivati. A considerare «le barriere – riflette ancora Gabrielli il problema dei problemi. In una città che, oltretutto, versa nelle condizioni che conosciamo. Possibile che in questi anni ci si sia accorati così tanto per una questione così piccola?». Il sospetto di molti è che la questione delle barriere, per molti mesi, sia stata solo un pretesto, per romanisti e laziali: gli uni l’hanno sfruttata per scalare posizioni nella «governance» della Sud; gli altri perché era un modo per fare la guerra a Lotito, e infatti sono stati i primi a desistere. Così è la vita, a Roma. Perciò, non c’è da stupirsi se ieri mattina sui muri della Capitale siano comparse due scritte di ringraziamento dei romanisti al ministro dello Sport Luca Lotti, che non ha mai smentito il lavoro diplomatico messo in campo per convincere il collega Minniti ad avviare la procedura di rimozione delle odiose barriere, del resto per mesi invocata dal presidente del Coni Giovanni Malagò. E questo elemento dell’imposizione politica, se possibile, ha avvilito ulteriormente le autorità di pubblica sicurezza, da Gabrielli al Prefetto di Roma Basilone, fino al Questore D’Angelo, poi rimpiazzato da Marino, tutti di fatto esclusi dal processo decisionale che ha portato al provvedimento di rimozione. Stasera, sarà senza dubbio una festa. Un derby all’insegna del volemose bene, come si dice da queste parti. Sarà anche un discreto esborso per la collettività, con i mille agenti impegnati già da ieri nelle bonifiche di rito dell’Olimpico. Pazienza. Agli ottocento steward che oggi popoleranno lo stadio, soprattutto ai cinquanta che saranno nelle due curve, è stato raccomandato di non essere troppo fiscali. In bocca al lupo.

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