Erano arrivate alla partita come le due grandi ammalate (e deluse) del campionato: il Palermo che aveva preso otto gol nelle ultime due giornate (1-4 a Siena, 0-4 in casa contro il Milan) e la Roma che era uscita sconfitta per la seconda volta contro la Lazio. Ne sono usciti peggio i siciliani, al secondo capitombolo casalingo: i 3.938 paganti del «Barbera» hanno detto prima ancora dell’inizio ciò che la tifoseria rosanero pensa della stagione. La vittoria della Roma, invece, garantisce a Luis Enrique una settimana di lavoro meno avvelenata. Non era semplice ripartire dopo il derby, tanto meno con le assenze di Stekelenburg, Juan, Burdisso, Osvaldo e Taddei. Straordinaria, ma ormai è diventata abitudine, la prestazione di Fabio Borini. Per il gol, sicuramente, perché quando una partita finisce 1-0 è il merito principale, ma anche per l’immensa mole di lavoro che si carica sulle spalle. Un vero uomo in più. La convocazione in nazionale, che a qualcuno è sembrata affrettata, è stata invece il logico sbocco di un periodo magico in cui Borini ha segnato otto gol nelle ultime dieci partite. Sono bastati tre minuti per mettere in chiaro tutti i problemi della difesa rosanero, priva di Silvestre e Migliaccio.

Muñoz sbaglia il disimpegno centralmente e passa a Lamela, anziché a Donati: l’argentino (che proprio al Palermo ha segnato il suo unico gol italiano nella gara di andata, il 23 ottobre) serve un assist perfetto per Borini che batte Viviano sul primo palo. La Roma costruisce su quel gol un primo tempo di qualità, arrivando a sfiorare più volte il raddoppio. Ancora Borini e Lamela, l’attacco baby che Luis Enrique ha lanciato a tempo pieno, mettono in crisi una fase difensiva del Palermo imbarazzante. I fischi che lo stadio riserva a Muñoz, ogni volta che il difensore argentino tocca palla, non migliorano la situazione. Nella ripresa, Bortolo Mutti prova a scuotere la squadra: fuori Budan e Zahavi, dentro Hernandez e Ilicic. Lemosse pagano e il Palermo crea di più, anche se lascia alla Roma spazi invitanti. Ai giallorossi, però, e non da oggi, manca il colpo del ko e così, nel finale, il Palermo riesce a chiuderli in area e crea due chiare occasioni per il pareggio: prima è Lobont a togliere da sotto la traversa un tiro di Muñoz, a caccia di riscatto, e poi è José Angel a salvare a portiere battuto un tiro di Vazquez appena entrato. Ma il risultato è giusto. A fine gara gli abbracci di tutta la panchina giallorossa, Luis Enrique compreso, sono per Simon Kjaer. Sembrava fosse diventato il gatto nero della squadra, dopo i rigori provocati contro la Lazio nel derby d’andata e a Siena. Ieri, invece, forse rinfrancato dal campo dove aveva giocato le suemigliori partite italiane, è sembrato ritornare il difensore che aveva fatto innamorare di sé mezza Europa. Il Palermo attuale non è l’avversario giusto per fare titoli roboanti, però i tre punti sono pesanti. Da qui a fine stagione saranno proprio Kjaer e José Angel a dover dimostrare di essere da Roma. Borini e Lamela lo hanno già fatto.

Corriere della Sera – Luca Valdiserri