
La Gazzetta dello Sport (F.M.Ricci) – «Il Clasico ci carica a pallettoni». È che tra le tante qualità Andrés Iniesta annovera anche la grande onestà. Perché queste parole le ha pronunciate giovedì scorso, a due giorni dalla sfida col Real Madrid. Avvertiva, Don Andrés, che al Barcellona certe partite fanno venire la pelle d’oca e gli occhi di tigre. Non aveva paura di nascondersi, di fare il modesto o di usare un’ipocrita diplomazia.
SEMPRE AFFAMATI – No: a questa generazione di fenomeni che con la maglia blaugrana e quella rossa della nazionale ha vinto tutto più e più volte (Europeo-Mondiale-Europeo o doppio «triplete» col Barça a distanza di 4 anni) non passa la fame, non si spegne la vis competitiva, non cala il desiderio. Francesco Totti dice di voler continuare a giocare ma è al crepuscolo della sua carriera. Andrea Pirlo è andato in America, Xavi in Qatar. Il 31enne Iniesta, che rispetto ai tre fenomeni citati coi quali negli ultimi anni ha condiviso trofei e sfide importanti ha tra i 4 e gli 8 anni in meno, è ancora lì a giocare in maniera meravigliosa, a lottare per un posto che solo un anno fa con l’arrivo di Luis Enrique e l’inizio del suo cambio di gioco non era garantito e che da gennaio sarà minacciato dall’apparizione di Arda Turan, preso proprio per far concorrenza a Iniesta. Se Don Andrés resta sugli attuali stratosferici livelli il turco farà bene a cercare spazio in un’altra zona del campo.
PERDUTO – Dopo il disastroso anno col «Tata» Martino, chiuso a «zero tituli» e una sensazione d’impotenza deprimente (sei partite contro l’Atletico senza vincerne una, tra le altre cose) è apparso Luis Enrique che si è rimboccato le maniche e ha avviato una necessaria evoluzione che per alcuni sembrava una rivoluzione: l’alternanza tra tiqui-taca e gioco diretto. Controllo della palla come filosofia dogmatica però di fronte alla necessità, e con la presenza di un 9 autentico come Suarez, anche la possibilità di ricorrere al contropiede rapido e al lancio lungo. Per qualche mese Iniesta parve perduto nella transizione. Scavalcato dalla palla e superato dalla situazione.
ANNUS MIRABILIS – Poi ha trovato la forza di rimboccarsi le maniche ancora una volta, con umiltà e sacrificio. E il 2015 è tornato ad essere per lui un annus mirabilis. I trofei ma soprattutto il grande gioco dopo aver passato tre quarti della stagione senza un gol (e ci può stare, non ha mai segnato tanto) ma anche senza un assist. I fari spenti si sono accesi e oggi illuminano un Barcellona che sabato ha accecato il Real Madrid. Preso per mano dal suo capitano che oggi ha i capelli grigi e mantiene lo sguardo mite di sempre e che ha recuperato quella conduzione elettrica della palla, i passaggi tracciati dove per gli altri è buio pesto, e persino il gol. Col ritorno del miglior Iniesta il Barça ha ritrovato anche l’essenza del tiquitaca: nel primo gol di Suarez al Madrid l’azione è durata un minuto e 45 secondi, hanno toccato la palla dieci giocatori blaugrana e i passaggi consecutivi sono stati 40. Guardiola non c’è più, Iniesta sì.
