Il Romanista – Era iniziata così: «Conta solo il lavoro»

Era iniziata così. Con un viaggio del Romanista a Barcellona. Nel giorno in cui Messi e compagni festeggiavano al Camp Nou la Champions vinta il giorno prima a poche centinaia di metri di distanza Luis Enrique guidava per l’ultima volta in casa il Barcellona B. Al termine della partita parlava in sala stampa e per la prima volta prendeva confidenza con quella che sarebbe stata la sua nuova realtà. Romanista in mano, sorriso, energia e voglia di fare. Ecco come parlava Luis il 29 maggio del 2011. Zona mista del Mini Estadi di Barcellona, a due passi dal Camp Nou. Sono le 21.50, in lontananza si sentono le musiche della festa dei neo campioni d’Europa. Luis Enrique termina la sua conferenza stampa, poi si ferma per qualche foto con gli inservienti dello stadio. Tramite l’ufficio stampa, gli viene consegnata una copia del Romanista di qualche giorno fa. C’è lui in copertina. Lo sfoglia. Legge in italiano. E fa: «Io alla Roma al 99%? No». E ride di gusto. «Diciamo… 50%». Era pagina 2. Luis Enrique rivolge lo sguardo a pagina 3, dove c’è scritto che il suo modello è van Gaal. Ci tiene a precisare: «van Gaal mi piace molto, ma il mio modello è solo Luis Enrique. Ho preso qualcosa da tutti gli allenatori che ho avuto, ma non mi ispiro a uno soltanto». L’ufficio stampa richiama la sua attenzione, lui continua imperterrito lo sfoglio del Romanista. A pagina 4 e 5 ci sono i messaggi dei tifosi su di lui. «E che dicono? », chiede, sinceramente curioso. Ne legge qualcuno, sospira. In un misto di italiano e spagnolo commenta: «Speriamo bene». Pagina 6, invece, vede alcune foto della sua carriera. L’occhio gli cade su quella (era inevitabile) della gomitata di Tassotti. La fa vedere alle persone accanto a lui. E riprende a ridere: «Ah Tassotti, Tassotti… ». Finisce così il primo contatto di Luis Enrique con quello che potrebbe essere il suo futuro. (…) Del progetto che gli è stato prospettato, non parla: «Ho promesso che non sarei sceso nei dettagli », così come non fa i nomi dei giocatori che gli piacerebbe allenare: «Anche di questo preferirei non parlare. Ho visto qualche partita della Roma quest’anno, ma non saprei analizzare molto». La sensazione è che, invece, potrebbe farlo eccome, considerando quanto sembra preparato. Forse, solo la giovane età, e quindi la poca esperienza, potrebbe essere un problema: «Non credo – confessa ancora – quando un allenatore ha passione e sa fare bene il suo lavoro, può farlo dovunque, in patria come all’estero. Qualsiasi sfida affronterò in futuro, lo farò con la massima ambizione». (…) Luis Enrique si sofferma su quella che è la sua filosofia calcistica: «4-3-3, 4-4-2 o 3-5-2, cambia poco. Mi piace un calcio in cui tutti possano partecipare alla manovra. Il gioco del Barcellona è il migliore al mondo ma io credo che, allenandosi, c’è la possibilità di riprodurre un modello del genere. L’importante è che i giocatori lavorino molto non solo durante la partita, ma anche prima e dopo. Questo è fondamentale».
Il Romanista – Chiara Zucchelli 

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