Quando l’8 luglio ha messo per la prima volta piede a Roma, la prima cosa che ha voluto fare, una volta firmato il contratto che lo avrebbe portato lontano da casa, dal River, dall’Argentina, è stato scattare una foto dello Stadio Olimpico. Oggi, a distanza di 107 giorni da quello scatto conservato nella memoria del telefono cellulare, Erik Lamela lo stesso stadio lo ha fatto esplodere in un urlo liberatorio. Dimenticando, in un istante, la nostalgia della propria città, l’infortunio alla caviglia che gli aveva sottratto quasi due mesi di campionato.
AMICI – Ma a Roma, Erik non ha trasferito solo la famiglia: tra le prime cose a finire nella valigia del 19enne argentino, la sua immancabile Play Station 3, con cui passa il tempo libero insieme ai fratelli. Non con i compagni di squadra, ancora, nonostante la cena organizzata da Gago con tutti gli altri argentini per farlo sentire a casa: l’unico vero amico “romano”, Erik, lo conosceva da tempo: è il giocatore di calcio a 5 della Canottieri Lazio, conosciuto in argentina proprio durante una partita di futsal. Per lui, come per tutti dalle sue parti, Erik e soprattutto “el Coco”. Non il cocco di casa, ma il Cocorito: così, infatti, lo soprannominò un domestico di famiglia quando da piccolissimo la madre lo vestì interamente di jeans. Anche per questo, a Roma come a Buenos Aires, poca vita notturna, poca voglia di frequentare i locali e di dividersi tra aperitivi e discoteche, al contrario di molti suoi coetanei.
FEDE E OCCASIONI – Le uniche “trasgressioni” di Lamela sono gli orecchini a entrambi i lobi, la cura del look e del taglio di capelli, autentica fissazione, i tre tatuaggi fatti fare già da un paio d’anni: due stelle sulle spalle e un bracciale tribale sul bicipite sinistro. Per il resto, casa e equilibrio: un ragazzo cambiato eccome da quando da piccolo prendeva punizioni a scuola per aver insultato la maestra di inglese. “La Chiesa ha cambiato la mia vita, ho imparato a perdonare”, spiega Erik in un video in cui promuove la “Mano del Maestro”, luogo di culto di Baires che ha iniziato a frequentare tra novembre e dicembre del 2009. La gomitata al Belgrano nella penultima al River farebbe pensare al contrario. Non abbastanza, però, per scalfire la fama di predestinato. Nel 2004 fu a un passo dal Barcellona, che si era innamorato di lui durante il torneo Arousa in Galizia: 120 mila euro sul piatto per trasferirlo in Catalogna, con l’appoggio della Nike che ne avrebbe messi a disposizione altri 8 mila. Niente da fare: per bloccare il padre, il River mise sul piatto il 20 per cento del cartellino e una borsa di studio per i fratelli. Un anno fa, invece, a novembre ci provò il Milan: l’agente Davide Lippi passo addirittura un mese in Argentina, seguito da Braida. Si poteva chiudere a 8 milioni, non si fece mai nulla. Sabatini, e la Roma, ringraziano.
Repubblica.it – Matteo Pinci