La Roma cerca una notte speciale. Spalletti: «Un gol e poi tutto può cambiare»

The_Santiago_Bernabeu_Stadium

Il Corriere Della Sera (L.Valdiserri) Lo stadio che ha fatto la storia della Champions — nessuno ne ha vinte 10 come il Real Madrid — intreccia quattro storie romaniste a caccia dell’impossibile. Il 94% delle squadre che hanno vinto 2-0 l’andata fuori casa nelle coppe europee ha poi passato il turno. E il Real è uscito una sola volta su 26 quando ha vinto in trasferta la prima partita: era il 6 dicembre 1994 e, in Coppa Uefa, l’Odense sbancò 2-0 il Bernabeu dopo aver perso 2-3 in Danimarca. Una Corea. Serve qualcosa di più di un’impresa. Serve un miracolo.

La prima storia è quella di Diego Perotti, partito dal «bullismo» in Argentina, nelle giovanili del Boca Juniors, dove dice di non aver lasciato nemmeno un amico. Poi è passato allo stalking degli ultrà del Siviglia, che lo tempestavano di telefonate minatorie perché era sempre infortunato e aveva avuto il coraggio di affrontare faccia a faccia uno di loro. Lo fischiavano anche quando segnava un gol. L’argentino, tra infortuni e contestazioni, cadde nel buco nero della depressione. Problemi lasciati alle spalle. Prima la rinascita nel Genoa di Gasperini, ora la consacrazione nella Roma. In 6 gare di campionato ha segnato 2 gol e servito 5 assist. «Impossibile battere il Real? No, diciamo difficilissimo. Aver vinto 7 partite su 7, giocando bene, è un punto di riferimento. Nel calcio può succedere tutto».

La seconda storia è quella di Francesco Totti, che stasera potrebbe vedere la Champions per l’ultima volta da calciatore. Tutti sanno che il Real, in passato, lo voleva. Qui ha segnato il 24 ottobre 2001 (finì 1-1). Qui si è qualificato per i quarti di finale buttando fuori il Real (5 marzo 2008, 2-1). Andrà in panchina, sperando di giocare qualche minuto. In ogni caso il Bernabeu lo saluterà con l’amore che si deve ai grandi campioni.Nelle prossime ore Totti diventerà papà per la terza volta, nelle prossime settimane deciderà se dare retta ai dirigenti della Roma, che lo vogliono dietro una scrivania, o ascoltare il cuore e giocare una stagione ancora.

La terza storia è quella di Miralem Pjanic, che da ragazzino, con la maglia dell’Olympique Lione, eliminò il Real dalla Champions. Andata 1-0 per i francesi e ritorno il 10 marzo 2010. Al 75’ — sull’1-0 per le Merengues, con gol di Cristiano Ronaldo — il talento bosniaco segnò il gol decisivo, con un inserimento in area dai tempi perfetti. In questa stagione Pjanic è già a quota 11 (9 in campionato e 2 in Champions), non meraviglia che, a partire dal Chelsea, ci sia la fila per portarlo via da Roma. Toccherà al presidente Pallotta, se vorrà, resistere.

La quarta storia è quella di Edin Dzeko, che con Spalletti ha trovato poco spazio. Anche lui ha segnato al Bernabeu: 18 settembre 2012, fase a gironi, entrando dalla panchina del Manchester City. Finì 3-2 per il Real. Stasera, parola di Spalletti, «sarà una partita più da vero che da falso nueve» e perciò le azioni di Dzeko sono in risalita. Come dice il tecnico: «Non dobbiamo pensare ai tre gol da fare, altrimenti diventa tutto più difficile. Bisogna segnarne uno, per ribaltare la partita dentro la testa nostra e del Real. Un gol e può cambiare tutto». Purtroppo per Spalletti, dopo le assenze per infortunio di De Rossi e Rudiger, si profila un terzo problema: Nainggolan si è fermato nella rifinitura di ieri. Zidane, alla prima in Champions da allenatore al Bernabeu, ha solo Benzema tra gli infortunati. Recuperato anche Pepe, che in passato si macchiò di un insulto razzista a Keita. I due litigarono anche nell’amichevole del 30 luglio 2014, negli Stati Uniti. Ora Pepe promette una stretta di mano, perché sul 2-0 si sentono tutti più buoni.

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