Corriere della Sera (G.Dotto)A Roma si gode raro, ma quando si gode è mescalina pura. Nessuno sembrava quello che era. Carlo Verdone dialogava con il busto di Nerone al Gianicolo. Antonello uno e bino replicava, sgolava all’Olimpico «Grazie Roma» e faceva il verso a se stesso a Trastevere, a casa sua, là suono infrangibile, qua carne frangibilissima. Il Barcellona sembrava il Chievo, invitato a un pigiama-party che, in realtà, si sarebbe rivelato un funerale-party.«Davvero pensavi di vincere con quelle orrende divise blu addosso?!», vaticinava con la sua voce da ventriloquo sardo-ligure Sebino Nela dalla tribuna, dove c’erano tutti, ma proprio tutti, riconoscibile Bruno Conti, irriconoscibile Aldair in versione santone baiano mentre giù, in qualche anfratto dell’Olimpico, la calpestabile pulce che una volta si chiamava Messi cercava la sua via d’uscita dall’incubo.

Irriconoscibile più che mai, Kostas Manolas sembrava un eroe del muto in un film di Sergej Ejzenstejn. Deformato dalla felicità. Gonfiava i pettorali, allargava le braccia, spalancava la bocca, ma non usciva nessun suono. Tra Tarzan e Aiace Telamonio. Per poi sciogliersi in lacrime sulla panca, mentre i compagni facevano mucchio in mezzo la campo, perché tutto diventa liquido quando il troppo stroppia. Ne sa qualcosa anche lui, l’americano a Roma. James Pallotta sembrava la Ekberg, piazza del Popolo invece che Fontana di Trevi. «Meglio di Anita!» gridavano attorno gli esagitati di fede lupesca, più biondo, più procace di lei. James Pallotta è fatto così. Quando è felice si butta in acqua. Che sia la piscina a Trigoria o la fontana in centro.

Di sicuro, il Pallotta che riemerge dalla vasca, zuppo come un’anatra e pronto per un consulto dal reumatologo, non sarà mai più quello di prima. Un’anima latina che batte dentro la belva in affari. Ma, un uomo di passione e un leader. Il piacere di essere amato e osannato dalla folle è un morbo di cui non ci si libera facilmente. La notte di martedì lo avrà contagiato. E sarà un bene per la Roma. E lui, Eusebio? Batte un cuoricino ardente nell’omarino dato perdente. C’è una luce forte dentro che picchia forte per uscire in quel volto che non ce la fa ad essere un volto, torturato da un’incomprensibile peluria. Che tenerezza quel suo dichiarare in pubblico i meriti «folli» del suo 3-5-2, quando chiunque avrebbe potuto replicare che casomai ovvia e tardiva era la soluzione. Da qui a domani e poi a maggio, ognuno a fantasticare il suo film. Il mio? Il Bayern in semifinale e il Liverpool di Salah in finale. Crudele e bella. La storia perfetta.