Il Romanista – Kjaer: “Se non hai grandi obiettivi, non sarai mai grande”

«Se non hai grandi obiettivi non diventi mai grande». C’è molto di Simon Kjaer in queste parole. C’è molto di un ragazzo con la faccia d’angelo con i suoi capelli biondi e gli occhi chiarissimi, ma con una grande determinazione e la convinzione di poter arrivare in alto insieme a questa Roma. Lo incontriamo al bar di Trigoria e prima di sedersi per l’intervista chiede delle condizioni di Nicolas Burdisso e del suo infortunio. Simon ha saputo del fatto, ma non ha visto ancora le immagini dell’impatto. Appare comunque colpito, preoccupato per le sorti del suo compagno di squadra. «L’ho saputo stamattina (ieri, ndr), ma non conosco ancora l’entità dell’infortunio. Certo che se il ginocchio si è girato all’indietro allora non è un cosa di qualche settimana e mi dispiace veramente per lui».
Un duro colpo, perché Nicolas è un leader nato. Cosa rappresenta all’interno di questa Roma?
Lui è un giocatore con grande personalità. Quando sono arrivato sapevo che in teoria lui poteva essere uno con il quale ero in concorrenza per giocare, e invece lui ha provato ad
aiutarmi perché ha grande esperienza e ha fatto una grande carriera. Ha provato ad aiutarmi dal primo giorno e questo per me significa che è una persona di qualità. Mi dispiace veramente per lui e gli faccio un grande in bocca al lupo.
Tempo fa, quando eri ancora al Palermo, avevi detto di ispirarti a difensori come Cannavaro e John Terry e di pensare, o quanto meno aspirare, a diventare il più forte difensore del mondo. Passati alcuni anni credi ancora di poter diventare il più forte di tutti?
Sì, io devo credere in questo. E’ un obiettivo. Ma lo sapevo già all’inizio che questa non sarebbe stata una cosa che avrei raggiunto in una settimana, ma in dieci anni. Di certo a fine carriera io mi vorrò guardare indietro e vedere la gente che dice “questo è stato uno dei più forti del mondo”. Però ci vuole tempo. Prima di riuscirci devo giocare, devo farlo ogni settimana, devo conquistarmi un posto da titolare qui, devo fare la differenza. Ci vuole tempo, lo sapevo dall’inizio che non sarebbe stata una cosa facile. Devo lavorare un sacco per migliore in tutto. Però indubbiamente questo è un mio obiettivo. Perché se non hai dei grandi obiettivi, secondo me non diventi mai grande. E’ un sogno pensare queste cose e spero che sia possibile che si realizzi.
Dici che devi giocare. Domenica potrebbe essere l’occasione giusta per ricominciare. La prima dopo l’espulsione nel derby. Nei giorni successivi alla partita avevi detto di aver sofferto quei momenti ma di averli anche superati. Ce li racconti di nuovo quei giorni?
Sono stati giorni duri per tutti, perché era il primo derby. Difficili anche per me, perché ho sentito sul mio corpo cosa significa per tutti i tifosi, per i romanisti. Però una settimana dopo era già passata. Poi ho avuto un infortunio e non ho più avuto la possibilità di giocare e quindi quella è l’ultima immagine che i tifosi hanno di me. Anche per questo ho una voglia matta di tornare, perché voglio cancellare questa immagine che non è bella.
Quell’intervento su Brocchi. C’era o no il fallo?
Certo, ho toccato il suo braccio. Però non sarebbe caduto. Anche perché è caduto un secondo dopo. Indubbiamente se potessi cambiare qualcosa, sarebbe quella. Ma purtroppo non ci posso fare niente, è passato e adesso mi sento pronto. Anzi, mi sento pronto da settimane.
Nei giorni seguenti al derby Luis Enrique ti ha detto qualcosa per rincuorarti?
Tutti i compagni mi hanno detto delle cose. Luis Enrique mi ha detto che il calcio è un gioco di sbagli. Si sbaglia sempre, devi sbagliare per poter diventare un grande. Io ho fatto un errore e spero semplicemente di non farne un altro del genere. E’ vero che si deve sbagliare per crescere ma preferivo farlo in un’altra partita e non questa (sorride amaro, ndr), però è successo. Il calcio è così ed è per questo che tutti lo amano. Perché è “emozionale”.
A proposito di Luis Enrique, nei giorni scorsi sono uscite voci su alcuni presunti malumori da parte di alcuni giocatori sul suo modo spregiudicato di intendere il calcio.
Sono rimasto veramente sorpreso che siano venute fuori certe storie. Perché durante l’allenamento, sia dentro il campo, sia fuori del campo non ho mai sentito nessuno parlare male di questo. Tutti sanno che quello della Roma è un progetto di uno o due anni, non una cosa che si realizza in tre settimane. Ero veramente sorpreso di sentire queste cose. Non posso capire come si possa parlare male del calcio di Luis Enrique. Perché questo è il calcio.
Noi giochiamo, noi non calciamo la palla lunga e poi ci mettiamo dietro a difendere. Per me questo è il calcio, mi piace giocare, mi piace tenere la palla, mi piace difendere alto in questo modo. Tutti siamo dentro a questo progetto e lavoriamo per fare il meglio possibile. Certo, poi, se stai vincendo 1-0 all’80’ è normale che non vai fuori di testa. Però il modo di giocare, di fare la partita deve essere così. Andiamo in avanti, facciamo i gol. La società ha preso Luis Enrique per giocare questo tipo di calcio e allora siamo tutti dietro a questo progetto.
Luis Enrique è uno a cui piace parlare faccia a faccia coi giocatori oppure dire le cose a tutto il gruppo?
Mi sembra una persona a cui piace parlare faccia a faccia, perché anche lui è stato un giocatore. A lui piace parlare della squadra alla squadra, ma se deve dire qualcosa a qualcuno in particolare ci parla faccia a faccia. Perché altrimenti sarebbe brutto mettere qualcuno in mezzo davanti a tutti. Mi piace questo suo modo di pensare perché così c’è sempre il senso di squadra. Se uno fa un errore è un errore della squadra.
Cosa ti piace di Luis Enrique?
Questa cosa che ho appena detto è una di quel le che mi piace, ma anche il suo calcio. Perché mi piace giocare a calcio, lui lavora sempre per essere un gruppo unico, unito. Nelle partite fin qui giocate hanno avuto spazio molti giocatori e questo significa che pensa alla squadra intera e non solo a 11 o 12 giocatori. E anche quelli che ogni tanto vanno in tribuna sanno che avranno possibilità di giocare la settimana successiva perché lui utilizza tutti.
Anche prima dell’infortunio di Burdisso eravamo tutti convinti che contro il Lecce sarebbe toccato nuovamente a te. Ora ancora di più. Ti senti pronto anche dal punto di vista psicologico?
Io voglio entrare, voglio cancellare quella immagine del derby. E poi mi manca la partita. Sono stato fuori tre settimane e fa male sul corpo non giocare. Lunedì sono rientrato nel gruppo e già questo è stato un passo avanti, perché fa male stare fuori, correre per il campo, allenarsi da solo e sentire gli altri insieme. Stai cento volte meglio quando sei con la squadra.
Tu hai iniziato in una piccola città in Danimarca, poi il salto verso Palermo, poi di nuovo una città di medie dimensioni come Wolfsburg e ora la grandezza di Roma deve c’è grande pressione. Dove ti senti più a tuo agio?
Mi piace la pressione, mi piace che i tifosi si aspettino sempre di vincere. E’ una pressione che fa crescere. Se scendi in campo solo per giocare e ti va bene il pareggio… Qui non è così e mi piace. Perché per far crescere una mentalità vincente servono queste cose. E poi è la prima volta che sono in una società nella quale mi sento in un top club.
A proposito di top club, tutti dicono che la Roma ha uno progetto di 2 o tre anni per arrivare in alto. Tu, vivendola dell’interno, lo arrivare al livello delle più grandi d’Europa.
Sì. Perché qui c’è tutto. C’è una grande città, ci sono i tifosi, c’è tutto. L’unico ostacolo potrebbe esserci se cominci a cambiare allenatori. Ci vuole calma. Adesso hai preso un allenatore che vuole giocare a calcio. Se vuoi essere una grande squadra, devi giocare al calcio. Non puoi essere una di quelle formazioni che stanno tutte dietro, tu devi creare gioco. Se c’è pazienza, con questa società, con questo allenatore, con questa squadra che abbiamo, secondo me c’è la possibilità di arrivare in alto. Certo, ogni anno bisognerà cambiare un paio di giocatori, in tutto il mondo succede. Anche il Barcellona fa così. Però secondo me si può arrivare in alto.
E invece cosa non ha funzionato al Wolfsburg?
(Sbuffa, ndr) Potrei stare qui a parlarne fino a domani. Comunque se oggi dovessi rifare la scelta, la rifarei. Nel momento in cui ho firmato pensavo che fosse la scelta giusta per me. Forse non è andata bene, però ho imparato molto. Anche mentalmente. Perché abbiamo rischiato la retrocessione e quando abbiamo vinto l’ultima partita contro l’Hoffenheim è stato come vincere lo scudetto.
Hai avuto problemi anche con l’allenatore?
Alla fine sì, con Magath. E’ stato strano, perché con lui ho parlato un paio di volte e di fronte a me diceva cose buone sul mio conto. Poi un giorno sono arrivato e c’erano due nuovi difensori centrali. Dopo l’allenamento mi ha detto “trovati un’altra squadra o ti metto in tribuna”.
Poi, per fortuna è arrivata la Roma col suo progetto.
A Roma sei arrivato in prestito anche se ci sono i presupposti perché il tuo cartellino venga riscattato. Il tuo futuro lo vedi qui?
Sì. Fosse per me, giocherei qui 10 anni. Perchéquesta è una società grande grande. Una società con un grande obiettivo.
Prima parlavi della tua voglia di vincere, di arrivare in alto. Questa determinazione ti arriva dalla tua famiglia? Magari da tuo papà che è anche lui nel calcio?
Mio padre è stato professionista, poi si è rotto il ginocchio quando aveva 25 anni. Quando ero piccolo ha cominciato ad allenarmi in giardino e mi è sempre stato vicino. Con lui parliamo in continuazione di calcio.
Ti manca la tua famiglia?
Sì, mi manca. E’ normale. Sono una persona a cui piace stare in famiglia. Mio padre lavora nella vecchia squadra nella quale giocavo in Danimarca e quindi non può venire spesso a trovarmi come invece fanno mia madre e mia sorella. Sono qui ogni volta che possono. Certo, mi manca la Danimarca, mi mancano gli amici, ma so che anche loro se potessero essere al mio posto lo farebbero. Sì, certe cose mi mancano, ma mi piace anche la vita che faccio.
E’ vero che hai una scaramanzia?
Sì, metto sempre prima il calzino destro e poi quello sinistro. E prima la scarpa destra della sinistra. Sempre, non solo quando devo giocare. Lo faccio da quando ero bambino.
Hai tanti tatuaggi, il primo quando lo hai fatto?
Quando avevo 17 anni. Mi sono scritto il mio nome sul braccio destro. Se potessi cambiare ora lo farei. Eppure significa qualcosa per me, perché me lo hanno regalato i miei genitori per Natale. 
Quale è il giocatore che più ti ha aiutato a inserirti?
Sul campo Gabi e Nico (Heinze e Burdisso, ndr). E poi Juan, che all’inizio non era molto con noi perché infortunato. Posso imparare tanto da loro, perché sono ancora giovane. E poi anche Daniele De Rossi mi ha aiutato. E’ stato sempre gentile, mi ha sempre chiesto se mi serviva qualcosa. Mentre adesso fuori dal campo sto spesso con Rosi e Okaka anche per motivi di età.
Il giocatore che pensi che possa esplodere e diventare un grandissimo?
Nelle ultime settimane ho visto molto Lamela. Ha qualità veramente enormi. Ha grandi possibilità, così come Pjanic. Quando sono arrivato conoscevo già il valore di Totti e De Rossi, invece un giocatore di cui non sapevo molto è Pizarro. E’ veramente un grande giocatore. In Italia se dici Danimarca pensi subito a quella strepitosa di Elkjaer.
Quale era il tuo idolo da piccolo?
Beh, un po’ come tutti in Danimarca, Michael Laudrup.
A chi dedicheresti il tuo primo gol con la maglia della Roma?
Ci sono tante persone che vorrei ringraziare.
Ma mentre ero a Wolfsburg è successa una cosa nella mia famiglia, è morto mio zio e da allora non ho ancora segnato. Lo dedicherò a lui e alla mia famiglia.
Fai pure gli scongiuri. Ma se domenica giochi e ti dovesse capitare di fare un errore?
Io devo credere in me stesso, se faccio un errore vado avanti. Penso di avere le qualità per arrivare in alto. Se sbaglio non deve cambiare niente per me. Certo sarei triste se i tifosi dovessero criticarmi, ma il calcio è anche così. E poi se segno, gioco bene e vinciamo tutto è dimenticato. Nel calcio bisogna solo guardare avanti.
Un messaggio finale a quei tifosi ancora scettici sul progetto Roma, che magari non hanno voglia di aspettare per vedere i risultati e che vorrebbero un altro al posto di Luis Enrique.
Se loro preferiscono essere sempre i numeri due, se non vogliono vincere niente… beh allora sono liberi di continuare a pensare così. Il fatto è che tutti quelli che amano la Roma vogliono vincere. Però bisogna avere pazienza, perché siamo una bella squadra e ci sono grandi possibilità.
Il Romanista – Daniele Giannini

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