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Massimo Ruggeri, durante il ritiro della Roma, nell’estate del 2001 a Kapfenberg, intervista per la prima volta Daniele De Rossi. A quei tempi Capitan Futuro era un ragazzino poco più che maggiorenne, così sconosciuto che il giornalista tentenna nel ricordarne addirittura il nome, lo chiama soltanto Rossi. Fa sorridere pensare che dodici anni fa quel pischelletto biondo non era nessuno e che oggi invece è uno dei giocatori più discussi, amati, odiati e corteggiati della Serie A… certo niente di nuovo, campioni ci si diventa, non ci si nasce. Nella sua carriera si sono intrecciati meriti sportivi a storie personali, il tutto condito dallo splendido sottofonfo dell’amore per Roma e per la Roma.
“Rossi cosa succede quando i sogni si avverano?”.
“Eh sono sensazioni che fanno piacere, belle sensazioni, un gruppo di gente importante a cui è bello anche fare da spalla”.
“C’è qualcuno che tra i tifosi ha chiesto, ma Davids? E gli hanno risposto, non è quello biondo che sta correndo?!”.
“No no non c’entra proprio niente! Io provo a rimanere il più possibile attaccato a questo gruppo, anche con il mio ruolo che è un ruolo marginale, però a me va bene così. Davids è un altro discorso, altri giocatori, altri valori, insomma altri pianeti!”.
“Senti ma tu che sei giovane e che quindi ti stai affacciando soltanto adesso, non hai visto che c’è troppa banalità nelle interviste… anche perchè probabilmente voi siete costretti a farlo, nel senso che come dite qualcosina poi viene amplificata al massimo. Tu lo provi questo?”.
“Sì un po’ uno ha anche paura a dire cose troppo eclatanti al giornale o in televisione, perchè poi può succedere che ne riportano altre in maniera diversa. Perciò uno rimane sempre sulla stessa linea d’onda per quanto riguarda le dichiarazioni, poi le sensazioni personali sono ognuna differente dall’altra”.
“Per te del calcio quanto si gioca in quei novanta minuti e quanto nel resto?”.
“No io penso che alla fine quello che giochi in campo è quello che ti guadagni, è quello che perdi e quello che vinci.
Sì gira molto intorno al calcio al di fuori, giornali, televisioni e via dicendo, però insomma alla fine quello che conta è il campo!”.

Eugenio Catalani