La Gazzetta dello Sport (S. Vemazza) – Nove stagioni sono un’enormità nel calcio moderno. Dal secondo dopoguerra in poi, solo Giovanni Trapattoni è riuscito a fare meglio, restando dieci anni consecutivi sulla panchina della Juventus tra il 1976 e il 1986. Gian Piero Gasperini si è fermato a nove con l’Atalanta: niente scudetti come il Trap, ma forse qualcosa di ancora più profondo. Con la vittoria dell’Europa League 2024 e le continue qualificazioni in Champions League, ha portato Bergamo in una dimensione internazionale fino ad allora impensabile.

Domani sera Gasperini tornerà al Gewiss Stadium da avversario, alla guida della Roma. Sarà una scena quasi straniante. A Bergamo Gasp aveva trovato il suo habitat naturale: piemontese, rigoroso, con una cultura del lavoro ferrea e una concezione meritocratica senza sconti. Nelle sue squadre nessuno gioca per nome o talento puro: il posto va conquistato ogni giorno, tra allenamenti durissimi e richieste estreme.
Gasperini è stato una sorta di Garibaldi del calcio. Non a caso i Mille partirono da Genova, altra città chiave della sua carriera, e il contingente più numeroso era composto proprio da bergamaschi. L’Europa League resta il suo unico grande trofeo, ma l’eredità vera sono nove anni di calcio d’avanguardia, eccessivo, radicale, riconoscibile. Il suo marchio – 3-4-2-1, a volte 3-4-1-2 – è diventato un sistema di riferimento.

E poi i giocatori: una lunga lista di talenti rifioriti nel suo laboratorio. Da Ilicic a Papu Gómez, da Zapata a Højlund, da Scamacca a Retegui, passando per De Roon, Freuler, Bastoni, Scalvini e Romero. Calciatori che altrove faticavano e che, sotto Gasperini, hanno trovato la chiave per liberarsi e diventare grandi.