La Gazzetta dello Sport -”Mio nipote tifoso ferito dai poliziotti a Roma: incredibile”

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Gaetano Sicari vive a Rotterdam dal 1969. «Ma il mio cuore resta italiano», dice con il suo inconfondibile accento siciliano. Eppure, dalla scorsa settimana, qualcosa gli brucia dentro. Qualcosa gli ha cambiato la vita: «Ero a ca- sa, davanti alla tv – racconta –. All’improvviso vedo le immagini dei disordini di Roma, mio nipote a terra con la faccia piena di sangue, i poliziotti intorno. Non ho capito più niente. Poi ho cercato su internet: stesse scene. Ho pensato: no, non è possibile». E invece sì: suo nipote Kostar, 36 anni, è uno degli arrestati dopo gli incidenti della scorsa settimana. La guerra fredda tra Italia e Olanda, Gaetano praticamente la vive in famiglia. «Lui è un tifoso del Feyenoord, certo. Lavora ad Amsterdam, al controllo di sicurezza dell’aeroporto. Era andato a Roma con la moglie, il figlio nato da pochi mesi e alcuni amici. Proprio con un suo amico è rimasto coinvolto negli scontri. Mi ha raccontato di aver tirato qualche fumogeno, poi di essere finito nelle mani della polizia che l’ha malmenato. È rimasto in cella fino a domenica, per due giorni non ha potuto né mangiare né bere».

ACCUSE –  Gaetano non si dà pace: «Faccio una premessa: quello che è successo a Roma è vergognoso, davvero. Ma il comportamento della polizia italiana non è stato corretto. Mio nipote ora è su una sedia a rotelle, ha pure paura di perdere il lavoro. Dico io: ha sbagliato? Va bene, arrestatelo. Ma perché quelle botte?». E ancora: «Mia cognata è andata a Roma a parlare con l’ambasciata olandese, Kostar adesso dovrà pagare una multa (45 mila euro, ndr), pena per la quale ha fatto ricorso. Io sono deluso, dispiaciuto. Perché mi chiedo: se mio nipote avesse avuto voglia di far casino, sarebbe andato a Roma con moglie e figlio? Non penso. Una volta frequentavo pure io lo stadio: visto l’andazzo, ho lasciato stare. Vorrei solo che qui a Rotterdam non sia costretto a vedere il secondo round. Ma non sono ottimista, perché i tifosi romani vorranno vendicarsi. Spero tanto di sbagliarmi».

Gaetano Sicari vive a Rotterdam dal 1969. «Ma il mio cuore resta italiano», dice con il suo inconfondibile accento siciliano. Eppure, dalla scorsa settimana, qualcosa gli brucia dentro. Qualcosa gli ha cambiato la vita: «Ero a ca- sa, davanti alla tv – racconta –. All’improvviso vedo le immagini dei disordini di Roma, mio nipote a terra con la faccia piena di sangue, i poliziotti intorno. Non ho capito più niente. Poi ho cercato su internet: stesse scene. Ho pensato: no, non è possibile». E invece sì: suo nipote Kostar, 36 anni, è uno degli arrestati dopo gli incidenti della scorsa settimana. La guerra fredda tra Italia e Olanda, Gaetano praticamente la vive in famiglia. «Lui è un tifoso del Feyenoord, certo. Lavora ad Amsterdam, al controllo di sicurezza dell’aeroporto. Era andato a Roma con la moglie, il figlio nato da pochi mesi e alcuni amici. Proprio con un suo amico è rimasto coinvolto negli scontri. Mi ha raccontato di aver tirato qualche fumogeno, poi di essere finito nelle mani della polizia che l’ha malmenato. È rimasto in cella fino a domenica, per due giorni non ha potuto né mangiare né bere».

ACCUSE –  Gaetano non si dà pace: «Faccio una premessa: quello che è successo a Roma è vergognoso, davvero. Ma il comportamento della polizia italiana non è stato corretto. Mio nipote ora è su una sedia a rotelle, ha pure paura di perdere il lavoro. Dico io: ha sbagliato? Va bene, arrestatelo. Ma perché quelle botte?». E ancora: «Mia cognata è andata a Roma a parlare con l’ambasciata olandese, Kostar adesso dovrà pagare una multa (45 mila euro, ndr), pena per la quale ha fatto ricorso. Io sono deluso, dispiaciuto. Perché mi chiedo: se mio nipote avesse avuto voglia di far casino, sarebbe andato a Roma con moglie e figlio? Non penso. Una volta frequentavo pure io lo stadio: visto l’andazzo, ho lasciato stare. Vorrei solo che qui a Rotterdam non sia costretto a vedere il secondo round. Ma non sono ottimista, perché i tifosi romani vorranno vendicarsi. Spero tanto di sbagliarmi».

La Gazzetta dello Sport – D. Stoppini

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