Il Tornatora

Il Romanista – Ecco perché… in DiBenedetto we trust!

di Redazione

Il dilemma non è più se Totti deve giocare o no, che poi è come chiedersi se sia meglio dissetarsi oppure morire di sete.
Il dilemma è: ma per cambiare la Roma c’era davvero bisogno che sbarcassero loro, gli americani? Possibile che se questo grande uomo dal capello ordinato, la buona cucina, lo stile elegante e il “fozzaRoma” di serie non avesse deciso di comprarla, la Roma sarebbe rimasta nel limbo dell’autofinanziata mediocrità? Possibile che c’era bisogno di Thomas Richard DiBenedetto per mettere una biglietteria a duecento metri dall’Olimpico, avviare delle sinergie con il Coni, smuovere le istituzioni e contattare i costruttori per fare – per farlo davvero! – lo stadio di proprietà, rilanciare il merchandising, tenere testa a Maroni sulla storia degli abbonamenti prima, e dei carnet dopo, pure per i non tesserati? Possibile che se Mr Tom non avesse avuto il coraggio di investire in un Paese finanziariamente sfigato come il nostro, a quest’ora saremmo ancora fermi a un sito internet antidiluviano? Possibile che, nonostante per aprire una pagina su Facebook bastino tra i 5 e i 10 secondi, la Roma non sapesse nemmeno cosa fosse Facebook? Possibile che l’unico cinguettio che sentivi dalle parti di Trigoria fosse quello delle rondini a primavera? Twitter che?, ti avrebbero risposto. E poi, vabbé, mancavano i soldi per rafforzare la squadra. D’accordo. Ma perché una mente come Baldini era stata allontanata? Perché uno come Sabatini era libero di giganteggiare nei paraggi? Ds alla Lazio di Lotito. Che spreco. Possibile che “I Migliori” fossero altrove e che per ingaggiarli fosse necessario allestire una cordata di manager? Dilemma risolto, la risposta è sì. Ecco perché in DiBenedetto we trust. E’ per lui che adesso ci sentiamo tutti più belli. E’ per questo italoamericano dalle idee chiare e dalla volontà d’acciaio che adesso andiamo fieri pure della nostra società, dopo che per anni proprio la società è stata terra di scontro all’Olimpico – scusi, ma lei è favorevole o contrario alla Sensi? – e l’unica certezza era la nostra fede.
IL MERCATO Se un anno fa vi avessero detto che la Roma stava trattando Bojan con il Barcellona, che faccia avreste fatto? Se avessero previsto che la Roma avrebbe comprato un asso dal River Plate (Lamela), un talento dal Lione (Pjanic) e il portiere della nazionale olandese (Stekelenburg), come avreste commentato? Quello di prima si chiamava autofinanziamento ed era una regola necessaria ma triste. Era l’anormale normalità. Era l’incubo di ogni anno. Se la Roma andava in Champions, c’erano una decina di milioni da investire sul mercato. Sennò ciccia, stringete la cinghia, stasera niente carne. Noi, niente carne. Noi. Sognavamo gli arabi perché pensavamo che solo con l’oro nero saremmo diventati più belli. Più forti. Invece bastavano i dollari degli americani e la mano sapiente di Sabatini per gestirli. Con una manciata di milioni è stato messo a segno un colpo come José Angel. Con una quindicina è stato comprato Osvaldo, acquisto criticato che però si sta dimostrando indovinato. E’ andato via l’uomo senza sorriso, l’incostante per eccellenza, quel Vucinic che incantava le masse solo a tratti. Tra un ciondolamento e l’altro. Aveva fatto innamorare DiBenedetto, ma della rivoluzione americana gliene importava zero. La Roma se n’è fatta una ragione e ha speso 40 milioni al netto di acquisti e cessioni. E pensare che quando Mr Tom era sbarcato la prima volta a Roma per trattare con Unicredit, c’era stato qualcuno che aveva dubitato della solidità finanziaria degli americani perché DiBenedetto aveva volato in classe turistica. Non c’era posto in business, ma va’ a spiegare che non è l’apparenza a determinare la potenza economica. Contano i fatti. Quaranta milioni di fatti bastano?
IL PROGETTO TECNICO L’ingaggio di Luis Enrique è stata la mossa strategicamente più impopolare. Potrebbe rivelarsi invece la più felice. «Eh, ma finora questo ha allenato solo il Barcellona B». Ancora una volta la forma contava più della sostanza, il curriculum più dell’uomo, Gasperini più di Luis Enrique. Ma il primo l’hanno esonerato, il secondo conquista i punti e le folle. Il primo è durato un Moratti-secondo, il secondo resta perché sta rivoluzionando il calcio. Anzi, lo sta insegnando. Riscone a luglio pareva un parco divertimenti: acchiapparella e girotondi. Non era la Mecca della Walt Disney, ma un modo nuovo di allenare. E’ venuto pure Sacchi a studiare da questa ex giovane ala cresciuta respirando Barça, mare e fantasia. Qui ha ritrovato il mare, il mare di Roma:  s’è innamorato di De Rossi. L’ha arretrato alla Busquets, gli ha affidato le chiavi del gioco, la regia dello spettacolo, il mondo in due scarpini e in un cuore da ultras. Daniele è rimasto stregato. Per forza. Il miracolo non è stato solo il tika-taka alla carbonara, quel fraseggio corto che manda in bambola l’avversario e che la Roma sta imparando giorno dopo giorno. Luis Enrique ha fatto di più. Ha reinventato i giocatori. Chi l’ha detto che Perrotta non può fare il terzino? Ha vinto un Mondiale da centrocampista, ha vissuto una vita da mediano e adesso questo tecnico figlio d’Asturia lo ripropone terzino. Un laterale basso. «Mi serve più spinta sulle fasce», si è giustificato Luis. Che ama la gente e non tanto i giornalisti («vi stimo, ma non leggo i giornali»). Se l’Olimpico è meno vuoto di una volta, ci sarà un motivo. Ecco, questo è uno.
LA MENTALITA’ L’avete letta l’intervista di DiBenedetto su “L’Espresso”? Fantastica. Cioè, fantastico il contenuto. Quando Unicredit chiese a quelli che per mesi venivano definiti «soggetti potenzialmente interessati all’As Roma», DiBenedetto spedì alla banca un dossier di un’ottantina di pagine. Lo slogan era: “Tutte le strade portano all’As Roma”. Adesso abbiamo capito cosa significasse. Il progetto della cordata americana capitanata da Mr Tom, si legge nell’intervista, è di «trasformare i clienti affascinati dalla città in tifosi di calcio». In pratica si tratta di dimostrare ai turisti che oltre a Roma c’è di più. C’è l’As Roma. Andate a Fontana di Trevi, dice in sostanza DiBenedetto, scattate le foto vicino a un antico romano al Colosseo, mettetevi in fila per i Musei Vaticani. Ma poi indossate una sciarpa e venite allo stadio. «La Chiesa cattolica è stata costruita qui e questo è il centro dell’universo per due miliardi di persone che considerano un obbligo visitare la Città Eterna prima o poi». Pensiero stupendo: se ci sono due miliardi di cattolici, vuoi che qualche milione non si invaghisca della Roma, della squadra che porta il nome della Capitale? In fondo, se poi il confronto è con una succursale della Grecia, non c’è partita. Il trucco di DiBenedetto è quel sano pragmatismo tipico degli uomini d’affari della East Coast. Non si parla. Si fa   «Sono cresciuto nell’investment banking, dove è meglio non apparire finché l’affare non è concluso». Zitti e lavorare. E’ il segreto del suo successo. E ormai pure del nostro. I
PROGETTI Tanti e innovativi. I progetti di Thomas Richard DiBenedetto poggiano su una base solida. La sua cordata. Pure questo si sapeva da tempo. «Ognuno dei soggetti del consorzio USA – raccontava mesi fa un interlocutore molto vicino a Mr Tom – porterà in dote la propria esperienza». DiBenedetto per guidare la società e fare da collante tra la cordata e la Roma, Pallotta per lo sviluppo del marchio, Ruane per il ramo immobiliare, e quindi per la realizzazione dello stadio di proprietà, D’Amore per le nuove tecnologie. Il ragionamento che fanno gli americani è semplice. Se è il mercato internazionale a fare il prezzo dei calciatori, l’unico modo per incrementare il fatturato è quello di percorrere strade alternative alla compravendita dei cartellini. L’elenco delle potenziali risorse è infinito. Con uno stadio di proprietà si può fare tutto. Con l’Olimpico no, ma ci si può lavorare. Accompagnato dal consueto pragmatismo, lo stesso che gli suggerisce di fregarsene se a volte, per comodità, infila la polo nei jeans, DiBenedetto ha trovato in mezza giornata l’intesa con il Coni, proprietaria dell’Olimpico e di tutta l’area del Foro Italico. Già dall’inizio del 2012 la Roma potrebbe aprire un paio di biglietterie da quelle parti. All’interno dell’ex Ostello della Gioventù, probabilmente. E questo è niente. Per l’Olimpico si parla di sviluppare il merchandising con postazioni fisse, di una cablatura che consenta la copertura wi-fi, di parcheggi, di collegamenti migliori e di zone per l’intrattenimento. Alle famiglie, alle quali adesso è riservato il Distinti Nord, sarà dedicata un’attenzione particolare prima e dopo le partite. Perché l’idea è di sfruttare lo stadio sette giorni su sette. Come negli Stati Uniti. Saranno sviluppati anche i digital-media. I ricavi subiranno un’impennata, la Roma – il suo marchio vale ora 63 milioni di sterline, il Manchester United è primo con 412 – diventerà una delle società di calcio finanziariamente più potenti al mondo.
LE GRANDI SFIDE «I problemi dell’Italia stanno nell’eccesso di burocrazia». DiBenedetto non parla per frasi fatte, ma per esperienza. Per qualcosa che è successo. La nuova società si è appena insediata e già ha dovuto fare i conti con la rigidità di un sistema che, agli degli americani, appare incomprensibile. I dirigenti della Roma ci hanno messo un po’ per spiegargli che mica tutti i tifosi possono andare in trasferta. Dipende. Se hanno una tessera, ok. Se non ce l’hanno e risiedono nella Regione di provenienza della loro squadra, sono fregati. E non importa se siano o meno incensurati. Allo stadio non entrano. Punto. A meno che – è l’eccezione – la società ospitante non si metta d’accordo con quella ospitata, riservandole un settore per i non tesserati. Non solo. In virtù di un protocollo di intesa siglato tra il Viminale e (anche) la Lega di A (che però non lo ha mai ratificato), è stato ribadito il folle principio per cui, se uno non è tesserato, non può abbonarsi. Quindi, se per assurdo per il prossimo Roma-Napoli la nostra società decidesse di mettere a disposizione una fetta di Olimpico per i napoletani non tesserati, ci ritroveremmo nella paradossale situazione per cui i napoletani non tesserati potrebbero entrare. E i romanisti non tesserati, e quindi non abbonati, no. Il problema è che questo stato di polizia applicato al calcio nuoce alle finanze della Roma. Il club ha chiuso la campagna abbonamenti sotto quota 17 mila. E’ un record storico. Negativo, ovviamente. La società aveva quindi pensato di permettere a chiunque di abbonarsi. L’Osservatorio sulle manifestazioni sportive ha detto di no. Allora la Roma ha pensato a un’alternativa. Avrebbe voluto lanciare un carnet che di fatto sarebbe stato una tessera del tifoso spuria. Avrebbe avuto gli stessi requisiti di sicurezza, ma a differenza della tessera originale non sarebbe stata una carta di credito. Avrebbe aiutato la Roma, non le banche. E questo avrebbe convinto molti tifosi, per esempio per tutti coloro che non si sono abbonati proprio per questo motivo, a comprare il carnet. L’Osservatorio ha ridetto di no. La vecchia Roma si sarebbe arresa. Anzi, la vecchia Roma nemmeno si sarebbe sognata di sfidare il Viminale, pur sapendo di stare dalla parte della ragione. La nuova, invece, andrà avanti per la propria strada. Informerà, si consulterà, ma poi ripartirà lancia in resta. Maroni chi? Ci sono troppe lungaggini in questo assurdo benedetto Bel Paese. E DiBenedetto non ha tempo da perdere. «Con i Boston Celtics avevamo promesso che avremmo vinto entro cinque anni e abbiamo vinto al quinto. E ora, la Roma. Dobbiamo riportarla dove merita». Lo disse Pallotta mesi fa. Ci crediamo. Ecco perché ci sentiamo così fichi. E cantatelo pure, cantatelo sempre, cantatelo anche oggi: “fozzaRoma”, sempre “fozzaRoma”.
Il Romanista – D.Galli