In questo momento — complici pure gli inconvenienti del mestiere — sono il giorno e la notte. «Diversi», è un eufemismo. Perché Daniele De Rossi — al netto di una trattativa per il contratto che sembra non turbarlo affatto — è sereno, in forma, è l’anima e il volante (alla spagnola) di questa Roma. Mentre Francesco Totti — che pure si era già cibato 50 giorni senza partite — è di nuovo imbronciato, infortunato e, con tutto il rispetto, per la prima volta ai margini di questa Roma, che un tempo era più sua che degli altri.
Più in là E altro tempo i tifosi dovranno aspettare pure per vedere una Roma vincente. «Quest’anno mi pare difficile», dice. Il che non vieta di provarci e sognare. «Scudetti e Champions gli vogliamo vincere tutti, ed è giusto inseguirli, anche oggi». La sua Roma — «Un tempo mi faceva paura, poi mi sono adattato. Qui si vive di estasi e mazzate, dalle quali riesci a rialzarti anche grazie ai tifosi» — nelle ultime ore ha incrociato passato e presente, complice una visita inaspettata. «Capello è venuto a Trigoria e sono andato a salutarlo. Capisco il risentimento dei tifosi, ma a me ha fatto del bene, anzi è stato l’allenatore più importante per la mia crescita. Anche Lippi, è stato quasi un padre». E Luis Enrique? «Ha un credo e delle idee precise. Sono regole calcistiche e comportamentali. È un tipo vicino ai giocatori, ma non scende a compromessi». Voto? No grazie Nel finale è un De Rossi tutto privato, mai così pubblico. Dagli affetti («Soprattutto mia figlia Gaia, il mio unico pensiero è che abbia un futuro sereno») ai sogni («Da piccolo volevo diventare magistrato. Ora il mio sogno è personale ed extracalcistico»), fino alla politica. «Berlusconi? Era arrivato il suo momento. Io non voto, non trovo nessuno che mi rappresenti, ma Veltroni l’ho conosciuto e con lui mi sono trovato bene». È già un passo avanti.
Gazzetta dello Sport – Alessandro Catapano