Viaggiando nella Hall Of Fame: Cafu, il Pendolino tricolore

Liedholm disse di lui: "Ha la stessa velocità di Rocca e la stessa capacità di portare la palla fino in fondo"

di Redazione

Pagine Romaniste (F. Belli) – 7 giugno 1970, Messico, Guadalajara. In un campo investito da un caldo feroce, l’Inghilterra campione del Mondo in carica sfida la formazione più forte di sempre, il Brasile di Pelè. Quel Brasile che in finale annienterà l’Italia 4-1, la stessa squadra reduce dalla partita del secolo con la Germania Ovest. Quel 7 giugno però del secolo c’è solo la parata: sull’1-0 Pelè riceve un cross laterale, stacca di testa e il portiere inglese Gordon Banks si inarca colpendo la palla il giusto per farla volare alta sopra la traversa. Nel frattempo, a migliaia di chilometri verso sud, a San Paolo un’infermiera cerca di velocizzare il parto di un bimbo: sta vedendo la partita e non vuole perdersi il finale. Quel bimbo è Marcos Evangelista de Moraes, meglio noto come Cafu. E’ un po’ un’abitudine tutta brasiliana avere un nome intellegibile e poi cambiarlo con un altro che non c’entra niente. Il “piccolo Pelè”, come lo chiamava quel 7 giugno l’infermiera, decide di usare lo pseudonimo di Cafu perché l’idolo del padre era Cafuringa, discreta ala destra del Fluminense. La sua storia si incrocia con quella della Roma grazie all’ottavo re Paulo Roberto Falcao, che negli anni ’90 suggerisce più volte ai giallorossi il suo nome e quello di un altro brasiliano, Zago. Viene acquistato nel 1997 all’inizio del ciclo Zeman. E’ un terzino destro caparbio, inarrestabile grazie alle sue incursioni fulminanti sulla fascia. Liedholm disse di lui: “Ha la stessa velocità di Rocca e la stessa capacità di portare la palla fino in fondo”. Inutile dirlo, è perfetto per il modulo boemo attacco-attacco-attacco. Ma sarà altrettanto perfetto per lo stile più concreto e meno spettacolare di Capello, come certifica la sua insostituibilità nella stagione dello scudetto.

La doppietta alla Fiorentina e il triplo sombrero a Nedved

I tifosi lo amano e lo chiamano “Pendolino” perché sulle fasce va come un treno, come quello brevettato dalla Fiat appunto. Due sono gli episodi più celebri del suo trascorso in giallorosso: il primo è la doppietta alla Fiorentina. Stagione 1999-2000, i viola di Batistuta in lotta scudetto e imbattuti da 20 mesi in casa affrontano la Roma. Il Pendolino diventa bomber e segna due gol uno più bello dell’altro. L’altro episodio, ovviamente, è datato 17 dicembre 2000. La Lazio campione d’Italia affronta la Roma, che si accinge a diventare campione da li a pochi mesi. Sullo 0-0 Cafu riceve sulla destra un passaggio alto di Zago che rischia di diventare preda di Nedved. C’è da trovare un modo per liberarsi di quella pressione ingombrante. Cosi con il solito estro tutto brasiliano si inventa il triplo sombrero senza far toccare mai palla a terra. Una giocata di una classe sopraffina che solo un piccolo Pelè poteva fare. Qualche anno dopo ci sarà anche un incomprensione. Il Pendolino vuole il rinnovo ma la Roma si impunta alle sue condizioni: è rottura. Il brasiliano dirà: “Non voglio fare la fine di Garrincha (ex leggenda brasiliana caduta in miseria, ndr), i soldi sono una cosa importante sopratutto a fine carriera”. Il brasiliano va al Milan e l’anno successivo, di ritorno all’Olimpico, viene subissato dai fischi. Una ferita che verrà definitivamente rimarginata col tempo. Sopratutto quando c’è di mezzo la morte di un figlio. A settembre è morto per un infarto il figlio Danilo, e tutti i romanisti si sono di nuovo stretti attorno al loro Pendolino. Perché quel treno, nel viaggiare lontano, ci ha fatto sognare.