Il Tornatora

Abodi: “Ho fatto un errore. Ho sbagliato a candidarmi così tardi” – AUDIO

di Redazione

Andrea Abodi, dirigente sportivo italiano ed ex Presidente della Lega Serie B, è intervenuto in diretta su La Signora in Giallorosso, in onda su Tele Radio Stereo 92.7. Ecco le sue parole:

 

Lei è anche giornalista…
Si, mi sono iscritto all’Albo dei pubblicisti nel 1987.

E’ una iattura o una fortuna essere un dirigente di calcio?
E’ una cosa meravigliosa, dipende da come uno la interpreta e soprattutto dalla capacità di rimanere con i piedi per terra e ricordare tutto il percorso da dove è iniziato e non perdere il senso del proprio nome rispetto alla carica perché quando uno si inebria della responsabilità perde un pezzo di lucidità e anche di umanità. Se tutte queste cose messe insieme rimangono, probabilmente, il lavoro viene svolto anche con un altro spirito.

E’ favorevole o contrario agli oriundi in Nazionale?
Noi dobbiamo riprendere il gusto e anche l’orgoglio di elaborare un progetto italiano. Di riprendere anche un modello italiano e riattivare la scuola italiana. Andiamo in giro per l’Europa cercando di prendere un pezzo dalla Spagna, un pezzo dall’Inghilterra, un pezzo dalla Germania di quello che dovrebbe essere il modello del calcio, abbiamo perso un po’ la nostra tradizione, su questo non c’è dubbio. Dal punto di vista sportivo, anche qua credo che la scuola italiana possa ancora esprimere dei grandi talenti. Probabilmente anche dal punto di vista della qualità degli allenatori abbiamo tanto, tant’è che lo esportiamo ma possiamo migliorare dal basso. Siamo nel 2017 e allora ritengo che il concetto di italianità, che deve avere radici profonde nelle tradizioni italiane, possa aprirsi a qualcosa che matura in Italia e si sviluppa in Italia. Il concetto è complesso perché riguarda quello che viene definito lo ius soli, anche sportivo, io non sono integralista. La Germania non è un riferimento, abbiamo visto che un paese, che ha avuto tradizioni storiche particolari, si è appoggiata ad altre contributi, a soggetti che hanno comunque vestito la maglia con grande dignità e che si sentono tedeschi a tutti gli effetti. A me interessa che chi vesta la maglia della Nazionale senta il senso di italianità e rispetti questo paese, lo senta sua a tutti gli effetti perché ci sono tanti italiani che non hanno questi sentimenti nei confronti del proprio paese.

Come si fa ad accettare che un allenatore di un’altra Nazione sia seduto su una panchina di una nazione diversa…
Per me non è una cosa inconcepibile nella misura in cui a livello professionale, al di là di quella che è la burocrazia che permette che queste cose succedano, io credo che faccia parte di un bagaglio di esperienze e in qualche maniera trasferisca anche orgoglio alla natura della nostra scuola italiana. Noi siamo l’esempio in questo senso, c’è l’Albania, Malta, alla Russia con Capello, adesso la Cina con Lippi. Da questo punto di vista non sono contrario, anzi è la certificazione ulteriore di una qualità di una scuola, che in Italia abbiamo perso in termini di senso di appartenenza, ma che probabilmente all’estero ancora apprezzano.

Campionato di Serie A troppo squilibrato?
Probabilmente si è allargata la forbice tra il vertice ed il fondo della classifica e questo indubbiamente non rende giustizia alla qualità di una competizione per quel poco che posso capire di calcio dal punto di vista tecnico. Da tifoso, vedo ancora delle partite di grande fascino e intensità. Vedo anche un recupero nell’ultimo periodo e sono convinto che grazie anche ad investimenti internazionali il fascino di alcuni match, dei derby, delle classiche sia ancora crescente. Il problema è quello della distribuzione delle risorse, perché la distanza che c’è tra la prima e l’ultima sarà ulteriormente condizionato anche dalla crescita dei ricavi dalle competizioni europee, della Champions League. Inciderà in modo che può determinare un campionato che già a metà del suo percorso rischia di esprimere i suoi verdetti più importanti. Una Lega moderna si pone il problema, non di rimescolare le carte, ma deve mettere in condizione comunque tutte e venti le compagini di competere dignitosamente perché le partite che finiscono 6-2, 7-1, 5-0 non producono nessuno effetto positivo in Italia e all’estero. Lo ha dimostrato la Spagna che da questo punto di vista sta diventando un modello di Lega che cerca di superare lo strapotere di Real e Barcellona, fermo restando che i valori tecnici restano quelli anche con la scelta degli uomini che poi determina le differenze.

Positivo il fatto di avere quattro squadre in Champions…
Sono risorse che entrano nel circuito e che devono essere investite in modo intelligente non soltanto per la qualità delle scelte tecniche ma anche per gli altri ambiti, nei settori giovanili e nelle infrastrutture, il sistema cresce quando non si investe soltanto per il rettangolo di gioco ma anche sul contesto.

Lei vuole imitare Tavecchio? C’è del buono in lui?
(Ride ndr). C’è sempre qualcosa di positivo nelle persone. E’ una risposta che do con qualche imbarazzo, perché evidentemente essendomi proposto in alternativa ritenevo necessario cambiare direzione di marcia, ma bisogna rispettare quelle che sono le valutazioni del collegio elettorale. C’è del dispiacere, ma non per il raggiungimento di un obiettivo personale, quanto dell’impossibilità, al momento, di contribuire a costruire una Federazione, di un sistema diverso da quello attuale.

Non si sente un po’ colpevole per aver fatto troppo in fretta? Con una campagna più lunga avrebbe avuto più possibilità…
Si, sono d’accordo, ho fatto questo errore. E’ figlio anche di una volontà che si è concretizzata nell’ultimo periodo perché avevo altre aspettative, ero stato anche rieletto nella Lega di B poi ho capito che per cambiare le cose bisogna salire di livello perché in questi 7 anni di presidenza di B sono contento che venga riconosciuta alla Lega una crescita. La Lega è diventata un piccolo riferimento dal punto di vista organizzativo, dei progetti sviluppati, per la qualità della competizione però è una piccola realtà che sta in mezzo al professionismo più avanzato ed esasperato che è la Serie A. L’ultimo livello del professionismo è certamente in difficoltà, quello della Lega Pro che io chiamo ancora Serie C. ma da solo col 5% non è che riesca a crescere più di tanto.

Campionato di B è molto elettrizzante, più di quello di Serie A…
Ho trovato il calendario fatto al momento della separazione tra Serie A e Serie B, cioè l’occupazione del sabato alle 15, poi si è allargato col venerdì con il lunedì poi l’ultima finestra la domenica alle 17.30. Quello che fa della Serie B, e mi fa piacere che venga sempre riconosciuto non soltanto oggi ma anche in generale dagli appassionati delle squadre di A,è che è un campionato vivo, che ha identità, che ha una formula che abbiamo modificato che dà motivazioni fino all’ultima giornata: la qualificazione ai playoff già a scalare una posizione determina dei vantaggi che tutti cercano di perseguire. Quindi quando ci sono le motivazioni, la formula giusta e c’è una missione sportiva con tanti giovani che passano per la B e diventano un elemento di attrazione e di interesse è chiaro che c’è, al di là dei valori tecnici, c’è interesse in ogni giornata. Noi abbiamo imparato prima e poi dimostrato che vogliamo essere molto più di un campionato di calcio, vogliamo essere una piattaforma sportive che è presente nel territorio che ricopre un ruolo di socialità e che vuole migliorarsi, che vuole migliorare le proprie infrastrutture. Tutte queste cose insieme la gente le ha comprese e le ha apprezzate.

Ammettendo l’errore della candidatura lei ha detto una cosa meravigliosa…
Per crescere bisogna ammettere i propri errori altrimenti è facile.

Qualche persona che le è particolarmente antipatica nel calcio?
No, antipatica no. A volte sono antipatici i comportamenti, di tutti quelli che considerano il calcio un fatto proprietario e che non capiscono che il calcio è fatto di sentimenti. Il calcio è fatto di partecipazione popolare. E’ chiaro che ci sono anche interessi economici ma senza fare nomi il concetto che ho cercato di contrastare è proprio questo. La visione padronale del calcio che è antistorica e che è in contrasto con la filosofia e con l’animo dei sentimenti nel calcio.

Nel calcio i miracoli ci sono ma durano poco?
Non si improvvisa nulla, possono succedere delle cose in modo quasi magico. Basti immaginare al Dundee, l’esperienza del Leicester che è miracolosa. Dura poco sicuramente si, ma su quel miracolo si può costruire una base ulteriore di crescita. Quello che non bisogna fare è crogiolarsi rispetto al miracolo e pensare che poi tutto sia dovuto, non è così, ma vale anche nella vita, non solo per il calcio.

Perché non si è riusciti a fare la riforma delle seconde squadre?
Non ci siamo mai messi intorno ad un tavolo per ragionare su questo progetto insieme a tante altre cose. Perché quando si deve riformare un sistema, pensare di agire soltanto su un solo elemento è un errore. Perché quell’elemento lì ha certamente degli aspetti positivi ma altrettante ripercussioni meno positive sul sistema Serie B e Lega Pro. Bisogna trovare degli ammortizzatori, degli equilibri. Però questa capacità di vedere nel suo complesso il calcio non si è molto sviluppata in Italia. Viviamo di fiammate e di innamoramenti, ognuno ha delle profonde convinzioni: la seconda squadra è una, la riforma è una, la riforma dei campionati è un’altra, i nuovi stadi un’altra ancora. A volte si cambia di stagione in stagione priorità. Se solo ci mettessimo insieme con delle teste pensanti con una visione un po’ più articolata, mettendo insieme ognuno con un proprio contributo tutti questi elementi probabilmente riusciremmo. Hai visto mai un’orchestra dove non c’è un direttore e dove chi suona gli strumenti ha uno spartito diverso dall’altro?. La sinfonia è un’altra cosa.

Aiuterebbe un campionato a 18 squadre?
Se negli altri paesi le cose funzionano anche con un assetto diverso, perché in Germania sono 18 e negli altri paesi sono 20 e vuol dire che il problema non è necessariamente, o principalmente il numero delle squadre ma il numero di distribuzione delle risorse. Nel momento in cui da noi chi prende di più ha 5 volte, se non di più, di quello che prende di meno, mentre in Inghilterra il rapporto è di 1, 1.2 o 1.1, fa capire che probabilmente prima di arrivare al numero di squadre ci sono altri ragionamenti che devono essere fatti.

Cosa manca alle big per recuperare la Juventus?
Un progetto di lungo periodo, che sia un progetto non soltanto sportivo, e qui visto che stiamo a Roma rinnovo l’auspicio che finalmente sul tema stadio si possa arrivare a pensare ai cantieri, quelli veri, e non soltanto ai cantieri diciamo dialettici. Perché è un pezzo di progetto a lungo periodo e i progetti di lungo periodo consentono alle società, avendo anche la capacità di investimento di non dover reinventare le squadra ogni stagione e di tenere i pezzi migliori.

Crede che la VAR rallenterà una partita o sarà positiva?
E’ un ipotesi più che verosimile. Mi auguro che possa andare a buon fine, perché credo che gli arbitri hanno bisogno di essere aiutati a vedere la stessa partita che vedono i telespettatori o vedono anche gli spettatori allo stadio che sulle tecnologie hanno delle risposte immediate. Credo che sia il futuro sostenibile perché non credo che il calcio debba diventare una PlayStation, però l’arbitro ha bisogno del supporto della tecnologia mantenendo il pieno controllo, convinto che gli arbitri italiani potranno farlo per primi perché hanno dimostrato in questa sperimentazione di essere all’altezza. Questo in parte abbasserà i livelli di tensione. farà pensare meno a che cosa possa esserci dietro ad un errore, cosa che ancora oggi succede immaginando chissà quali scenari anche in termini poco nobili visto che in passato qualche cosa è successo quindi siamo anche autorizzati a pensarlo a volte, però bisogna andare anche oltre. Vedo solo cose positive. Il prezzo di un eventuale rallentamento di qualche secondo in alcuni momento del gioco è un prezzo giusto da pagare perché il prodotto finale sarà certamente migliore.

Possiamo dire che se la Nazionale non si qualificasse al Mondiale Tavecchio andrebbe via e lei sarebbe Presidente?
No perché contrariamente al gioco al quale partecipano molti dei nostri concittadini italiani tengo moltissimo alla Nazionale, sono convinto che ci qualificheremo e tutto andrà avanti e non si vive mai auspicando le disgrazie altrui perché sarebbero anche le nostre. Auguro a Carlo Tavecchio di fare bene perché voglio bene al calcio.