Dopo il ‘90 c’è stata la svolta. Le televisioni, in cambio delle montagne di quattrini che distribuivano, hanno preteso calendari obesi. Complice la Fifa, il potere è passato agli attaccanti, e la professione del portiere ne è uscita meno tutelata: all’ospedale hanno cominciato ad andarci loro, da Petr Cech in giù. E così, piano piano, l’unico insostituibile è diventato uno dei tanti sostituibili. Penso a Diego Lopez e Iker Casillas nel Real Madrid di José Mourinho e Carlo Ancelotti. Una fetta di torta a testa, e via andare. Non più casi isolati; e quasi mai riconducibili all’evoluzione secca del ruolo. Come se gli allenatori moderni non si fidassero più della dottrina dei loro padri: sostituisci tutti, meno il portiere; come se la reputazione della scuola fosse precipitata su standard talmente ambigui da scoraggiare la spaccio di gerarchie fisse.
Capisco l’incubo di un infortunio in un momento topico della stagione, e dunque l’esigenza di tenere sempre calda l’alternativa, ma l’Inter con il Wolfsburg si giocava molto più che con il Cesena; e con i tedeschi c’era Carrizo, non Handanovic. «Io farei sempre giocare il numero uno – dichiaraDino Zoff – ma evidentemente c’è chi coltiva il quieto vivere dello spogliatoio e, magari, differenze tecniche non così nette».
Resta l’idea di una solitudine meno esclusiva di una volta. E il concetto di concorrenza ribaltato: stimolo, non più disturbo. Vinca il migliore, sempre. Giochi il migliore, dipende.
La Gazzetta dello Sport – R. Beccatini
